Un recente saggio dal titolo «Innovazione e cultura. Come le tecnologie digitali influenzeranno la rendita del nostro patrimonio culturale» (Fondazione Cotec Roma, Sole 24 Ore, Milano 2006) curata da Andrea Granelli, noto manager con esperienze di successo anche nel settore della comunicazione e gestione dei Beni culturali e ora nell'équipe del ministro Francesco Rutelli, ha di recente riportato alla ribalta specifici casi ed exempla maturati in alcune realtà italiane ed estere, pubbliche e private. Marco Tronchetti Provera, che del volume ha curato la prefazione, così stimola il lettore: «Obiettivo... della tutela è quello di favorire l'avvicinamento ai beni culturali di un pubblico sempre più ampio. Non sono le opere, i monumenti, i luoghi, ma è il modo in cui li facciamo comunicare che sa di vecchio e di noioso, di pigramente ripiegato, su se stesso... Dobbiamo aiutare le opere d'arte a a raccontarsi, rivelarsi nel profondo a suscitare curiosità, a trasformarsi in esperienza culturale godibile per il cuore e per l'intelletto». Le affermazioni di Tronchetti Provera innescano molteplici quesiti: uno fra gli altri è se tutto ciò possa realmente tradursi concretamente in esperienze reali o se invece debba essere regalato «in uno dei tanti sogni» su quel che l'Italia potrebbe potenzialmente fare ma che, in verità, non fa. Una possibile soluzione sicuramente esiste: sfruttare le enormi potenzialità che le tecnologie dell'informazione (le bene note Ict) e non solo, oggi sono in grado di offrire. E' questo il principale focus cui mira il volume di Granelli. Quali sono allora i percorsi individuati? L'enorme patrimonio culturale italiano racchiude diversificate realtà: centri storici, edifici sacri profani, ville, palazzi aree archeologiche, creazioni di pittori, scultori, architetti, urbanisti, testimonianze uniche e autentiche della presenza, della vita e della cultura di intere civiltà: nei confronti si questo straordinario nucleo di testimonianze molto si è fatto ma rimangono ancora da raggiungere e superare molte tappe perché ogni loro possibile potenziale possa essere sfruttato al massimo, anche sotto il profilo economico. La dimensione economica che fa da sfondo alla gestione del bene culturale non dipende solo dal circuito culturale-attività (biglietti dei musei, eventi culturali, libri e e marchandising...) ma da due altri aspetti che - secondo Granelli - rivestono ancora rilevanza. Come prima cosa, bisogna che ogni testimonianza culturale diventi attrattore del territorio in cui essa si trova, cercando di offrire al turista culturale una gamma, ampia ed integrata, di opportunità di conoscenze; oggi si vanno sempre più riscoprendo le identità e le specificità del territorio che ospita specifiche testimonianze, e quest'ultimo si avvia ad acquisire quella centralità «economica che l'economia industriale prima e la new economy poi gli avevano sottratto. Così, ogni luogo che contiene beni culturali deve potenziare peculiarità e valori che nessuno in nessuna altra realtà è in grado di riprodurre». Granelli vede poi fondamentale - e questa è la sua seconda considerazione - la nascita di piccole e medie aziende dai forti contenuti tecnologici. Lo sviluppo di nuovi materiali, la sperimentazione di tecniche innovative, l'elaborazione di metodologie per la diagnostica dei beni culturali, la creazione di modelli 3D per la visualizzazione virtuale del bene culturale sono tutti piccoli ingranaggi di un più ampio processo fondato sul binomio tra innovazione e tecnologia, l'unico in grado di garantire il raggiungimento di eccellenti risultati. La rivoluzione del digitale e le ricostruzioni virtuali che offrono - se ben condotte scientificamente - fedeli visioni del passato hanno subito una forte accelerazione in questi ultimi anni offrendo al pubblico opportunità e strumenti di conoscenze prima impensabili. Questo a patto che il virtuale non venga visto come mera materializzazione del reale in contrapposizione con l'artefatto», la sua esistenza - sostiene Granelli - deve essere pensata in maniera integrata e complementare alla sua fisicità. E' chiaro che essa non «sostituirà la visita ma servirà a prepararla, incrementando sicuramente le aspettative, aumentandone allo stesso tempo la desiderabilità di vedere dal vivo». Il volume di Granelli può essere visto come importante strumento per suggerire alcune riflessioni che investono la gestione (e la fruizione) del patrimonio culturale siciliano e delle sue risorse. La nostra regione sta cercando, in questi ultimi anni, di sviluppare competenze, sul tema della conoscenza e della conservazione del patrimonio culturale siciliano. Il lancio di alcuni progetti proposti in sede regionale da alcuni enti di ricerca stanno sicuramente rinsaldando il legame tra il patrimonio di conoscenze e quel know-how tecnologico di conservazione e valorizzazione di cui molto si discute nel volume di Granelli. Occorre però che si avvii nella nostra regione, come sta accadendo in altre parti d'Italia, una forte sinergia tra tutela e ricerca. Né i grandi eventi né le mostre tematiche né ancora la presenza nei nostri musei di grandi capolavori dell'antichità classica (ad es. il caso del Satiro di Mazara) sono, da soli, capaci di innescare sviluppo e crescita economica, ma è sempre più necessario che la nostra Regione promuova un forte coordinamento tra salvaguardia e innovazione tecnologica. E' chiaro a tutti che la Regione (e in senso lato lo Stato) non potrà essere in grado, da sola, di reggere l'enorme impegno economico che tutto questo potrà comportare; allora, è forse il momento che sempre più aziende, industrie, imprese, società, fondazioni bancarie, etc, intervengano concretamente nel finanziamento e nel sostegno di progetti e ricerche dedicati alla conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio culturale.