Nel 1929 Mussolini spedì a Londra il Mantegna. Poteva essere l'ultima volta: durante il viaggio la nave rischiò di affondare II Ministro Rutelli ha deciso. Vittorio Sgarbi ringrazia. I funzionari dello Stato, scavalcati e umiliati, tacciono. Il Cristo morto di Mantegna lascerà Brera e andrà per la terza volta in meno di cinquant'anni in trasferta a Manto va. Il copione di questa vicenda un po' amara ne ricorda un'altra lontana del tempo, che ebbe come protagonista lo stesso Cristo morto di Mantegna e come com-primari un Ministro comandante e un funzionario braidense obtorto collo ubbidiente. Il ministro «comandante» era Benito Mussolini, il funzionario «ubbidiente» Ettore Modigliani, soprintendente alle Gallerie milanesi. I fatti di svolsero sul finire del 1929. L'Italia fascista aveva deciso di autocelebrarsi con un'inutile quando grandiosa mostra di capolavori italiani a Londra. Benito Mussolini impose a tutti i musei nazionali di consegnare il meglio delle loro collezioni, e a Ettore Modigliani ordinò di concedere il prestito del Cristo morto di Brera. Fece di più: nominò Modigliani (perfettamente anglofono) Commissario Generale della faraonica esposizione. Da un diario inedito del funzionario milanese, veniamo a conoscenza dei turbamenti e dei contrasti interiori che quella nomina provocò in lui. Egli tentò di dare una ragione ideale a quell'assurda e pericolosa transumanza di opere italiane a Londra. «Io non fui l'organizzatore ma l'esecutore di quella mostra, perché era mio dovere come alto funzionario dello Stato e perché fui sempre favorevole a una più stretta intesa con l'Inghilterra. Ero lieto, in cuor mio, diveder orientare la nostra politica verso quel Paese». Pia illusione: di lì poco gli inglesi sarebbero diventati un popolo da «stramaledire». Ma l'autentico parere di Modigliani sull'opportunità di prestiti così impegnativi lo si legge poco oltre: «Se si fosse lasciata a me, soltanto a me, la decisione avrei detto di no... per l'amore ardente nutrito sempre per le cose dell'arte, quell'amore che sconsiglia di far affrontare loro rischi». I fatti gli diedero ragione. La nave «Leonardo da Vinci», stipata fino all'inverosimile di capolavori dell'arte italiana (Mantegna compreso), guadagnò il largo a Genova ai primi di dicembre del 1929, seguita dalla nave appoggio «Teseo». A bordo tutti erano in estrema agitazione: quanto si temeva avvenne. La notte del 9 dicembre, il convoglio italiano venne investito da un'immane tempesta. La «Teseo» venne subito invasa dall'acqua e le macchine si arrestarono. La «Leonardo da Vinci» resistette tre giorni in balìa di spaventosi marosi. A terra, le agenzie diedero l'allarme: «Si nutrono apprensioni per la "Leonardo da Vinci" e il suo carico di tesori di arte antica italiana. Si sa che sta lottando disperatamente da trenta ore con una furiosa tempesta al largo del Capo Finisterre. Mancano ulteriori informazioni». Un secondo dispaccio sottolineò: «A Londra i giornali si mostrano allarmatissimi per la sorte della "Leonardo da Vinci" e fanno voti che i tesori italiani non abbiano a subire danni»; L'opinione pubblica italiana e inglese additò il povero Modigliani quale responsabile dell' imminente disastro. Maledizioni e insulti piovvero su di lui. Per fortuna, tre giorni dopo il mare si placò e il disastro venne scongiurato. I voti andarono a buon fine. Mantegna e i compagni, quella volta non annegarono. Con l'avvento delle leggi razziali, Modigliani fu buttato fuori da Brera. Nel '45 Mussolini fece una brutta fine e nel '46 il soprintendente tornò al suo posto.