Emigrante extralusso e con contratto rigorosamente a termine, il Cristo morto di Mantegna ai primi di settembre partirà dunque, alla bella età di 520 anni, in cerca di nuove opportunità. Le troverà: a Mantova in quattro mesi lo ammireranno, si stima, 600 mila visitatori. Fosse rimasto nella sala numero 6 di Brera, a farsi vedere da altrettanta gente ci avrebbe messo tre anni buoni. A gennaio tornerà a casa ancora più famoso (non più importante, non ne ha bisogno) e intatto (garantiscono clima box, esperti, ministro). Il bello dei viaggi nelle città d'arte, e quello di Mantegna a Mantova non fa eccezione, è che sono esperienze sempre in grado di stimolare riflessioni. Perfino in chi resta. Per esempio: sarebbe bello che fosse Milano, la terra delle opportunità per le opere d'arte. E subito dopo: perché diventi tale, urge che la città sappia diventare la terra delle opportunità anche per chi arte, cultura e creatività le vive, come protagonisti e come pubblico. Magari già a un'età e con redditi che rendono complicato accendere un mutuo, ai prezzi che girano. Che le due questioni si intreccino, è fin troppo evidente. E delle due la prima è in fondo la meno ardua. L'assessore Sgarbi è così vulcanico e il recente passato di Milano in questo campo così torpido, che già il solo annuncio di una mostra su Mantegna anche in città, insieme al programma autunnale di esposizioni che inizia a ottobre con Tamara de Lempicka a Palazzo Reale, fa tirare un sospiro di sollievo. Qualcosa comincia a muo-versi, e se si aggiungono gli ambiziosi progetti sugli Arcimboldi, il museo della moda appoggiato a quello del castello Sforzesco, Botero d'estate e il profumo di evento con scandalo evocato da un ventilato convegnone dei dissidenti di tutto il mondo, si può sperare di rivedere illuminato il palcoscenico culturale finora immerso nella penombra del disinteresse da parte delle istituzioni. Restapiù graveil problema delle platee. Che si riempiono, al di là dei fan dell'evento e dei turisti di passaggio, solo se si aiuta a vivere bene Milano, sentendocisi a casa, chi fa cultura e chi gode nel partecipare ai suoi buoni riti: dalle feste dei libri ai festival del cinema, dai concerti ai vernissages, dalle conferenze al teatro. Gente per niente speciale, come tanti di noi, che potrebbe essere molta di più se Milano non espellesse troppe giovani coppie e non costringesse troppi universitari al pendolarismo. Gente che potrebbe gremire con più convinzione le platee, se per primi gli amministratori non si fossero convinti per anni che la vocazione della città era attirare veline tv, creativi della pubblicità e manager da fiere. Salvo incontrare magari anche manager, copy e veline in libera uscita (nessuno è perfetto) al Festival della letteratura di Mantova e alle mostre del Mantegna. Dove i milanesi affamati di arte e cultura hanno sempre l'aria di stupirsi, perché lì si sentono "normali". Un po' come quando vanno a New York.