AL CAIRO LA STATUA DEL FARAONE «RICOVERATA IN UN MUSEO Ma è giusto spostare le opere dalla loro collocazione naturale? Zanardi: «E' una follia significa accettare che non sappiamo conservare l'arte» E così anche Ramsete II, gigantesco monumento in granito rosa, 100 tonnellate di peso e 35 metri di altezza, fa i conti con l'inquinamento. Lascia la piazza al centro de Il Cairo per raggiungere il Grand Egypt Museum, nella zona delle Piramidi. Neanche la sua stazza poteva sopportare più ossidi, polveri, acidi e tutto ciò che la città riesce a concentrare nell'aria. «Ahi! Ahi! Non respiro più, mi sento che soffoco un po'» cantava Adriano Gelentano già diversi anni fa di fronte agli «alberi di trenta piani». Le cose a quanto pare non sono migliorate. Ci si potrebbe chiedere che senso abbia lasciare che la gente viva in luoghi in cui anche la pietra rischia di distruggersi. Ramsete se ne va. E gli abitanti? Loro però a differenza delle opere d'arte, non sono stati programmati per durare in eterno. Ma sorgono altri interrogativi. Ha davvero senso togliere le sculture dalle piazze e chiuderle in un museo? Non è un modo per privarle della ragione per cui sono nate che è quella di occupare uno spazio esterno? Se il Marco Aurelio, che troneggiava a piazza del Campidoglio dal 1538 per volere di Michelangelo Buonarroti, viene sostituito da una copia e «ricoverato» nel palazzo accanto non se ne snatura l'identità? «In questi casi si sceglie il male minore - spiega Angelo Bottini, Soprintendente archeologico di Roma - e la distruzione viene naturalmente considerato un danno maggiore rispetto ad uno spostamento». Si è mai verifi-cato che una piazza venisse chiusa al traffico perché un monumento importante potesse respirare meglio? «No, ci sono monumenti però che hanno più fortuna di altri. La Colonna Antonina per esempio è in una zona pedonale perché si trova davanti alla Presidenza del consiglio. Ma si è protetto Palazzo Chigi non l'opera. La colonna Traiana invece è in un luogo più trafficato, ma a nessuno potrebbe mai venire in mente di sostituirla». Comunque il pericolo della copia nelle città storielle italiane è in agguato dappertutto. Prendiamo Firenze. Giuditta e Oloferne di Donatello in Piazza della Signoria? Copia. Il David di Michelangelo, simbolo della vittoria della democrazia sulla tirannide? Copia. Le statue di Orsanmichele? Copia. Per ammirare gli originali bisogna andare a Palazzo vecchio, al Bargello, all'Accademia ecc. Secondo Bruno Zanardi, il principe dei restauratori italiani, questo è un modo di procedere scellerato. «L'inquinamento minaccia la sopravvivenza del pianeta non quella delle opere d'arte. Non è vero che causi dei danni irreparabili. Basterebbe una manutenzione adeguata. Decontestualizzare un monumento com' è successo con il Marco Aurelio sostituito da un gigantesco ricordino per turisti è un crimine. E un non intervento. Significa arrendersi, accettare il fatto che l'arte non può essere conservata. Così si accelera il processo di disneyzzazione del mondo. E si crea il paradosso che nel nostro paese, con un patrimonio immenso e grandi difficoltà di conservazione, si restaurino le copie.- L'Italia dovrebbe dare un modello diverso». E le altre nazioni come si comportano? «Questo è un problema che riguarda soprattutto il territorio italiano - conclude Gennaro Toscano, consigliere dell'Institute National du Patrimoine a Parigi - Lo si potrebbe definire un privilegio. In Francia guerre di religione e non, ma anche la rivoluzione, hanno compiuto opere di distruzione che lo smog neanche si sogna. Molto tempo prima».