«È UN PO' come quando decidi di cambiar posto al mobile buono di casa, per valorizzarlo meglio». Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore di besteller storici, sdrammatizza l'evento, che pure ha avuto un forte impatto culturale e mediatico. «Come sempre, quando si parla di Egitto. Certo, hanno fatto bene a togliere il colosso del faraone dall'inquinamento terribile della capitale. Certo, con le piramidi vicine l'impatto visivo è straordinario...». Però? «Però con le piramidi Ramses non c'entra nulla, tranne per il fatto che si tratta di due monumenti egizi. Da noi sarebbe come contestualizzare Diocleziano e Porsenna, non c'è alcun raccordo storico. Ramses II è un faraone tebano. Il Cairo una città islamica che nulla ha a che fare con l'antica storia d'Egitto. Certo, anche noi abbiamo scavato i Fori Imperiali, anche noi abbiamo collocato la statua di Giulio Cesare nella sala del Campidoglio. Ma in questo caso Cesare è tornato davvero a casa, nel cuore della sua città. Questo sì ha un senso». Dunque ha ragione chi sottolinea il coté politico della decisione, ricordando che Ramsete fu un persecutore degli ebrei? «Io penso ci sia sempre un valore propagandistico-nazionalistico in certe scelte simboliche. Ma va anche detto che non c'è paese che non esponga le reliquie della sua grandezza, le icone del proprio prestigio. Lo fa anche Israele quando si serve dell'archeologia per dimostrare che gli ebrei hanno abitato quelle terre dall'antichità». Perché allora secondo lei l'Egitto valorizza il suo passato faraonico? «Perché vuoi riaffermare il suo status di paese laico. La stessa cosa che faceva Saddam in Iraq quando ricollegava il suo potere a quello di Nabucodonosor, in quanto sovrano non islamico. Lo stesso che ha fatto la Tunisia celebrando in gran pompa il ritorno delle ceneri di Annibale, a significare le sue radici cartaginesi e non islamiche».
La statua di Ramsete II. Ma con quei luoghi lui non c'entra nulla Per Valerio Massimo Manfredi la decisione è politica più che culturale
Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore, ha espresso la sua opinione sulla decisione di togliere il colosso del faraone Ramses II dal Cairo. Secondo lui, la scelta è stata politicamente motivata e ha un valore propagandistico-nazionalistico. Manfredi sostiene che l'Egitto valorizza il suo passato faraonico per riaffermare il suo status di paese laico. Ha anche fatto un confronto con altri paesi, come Israele e la Tunisia, che hanno utilizzato l'archeologia per dimostrare la loro grandezza e il loro potere.
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