Tre milioni di visitatori all'anno, il 5 in più nel 2006 rispetto al 2005. Il primo cittadino: «Ma le presenze mordi e fuggì sono un danno» «Troppi turisti distruggono il borgo». Il sindaco: come li scegliamo? L'ASSESSORE: «In alcuni giorni qui la ressa è bestiale» SAN GIMIGNANO (Siena) II professor Giovanni Puglisi, presidente della commissione italiana per l'Unesco, è in vacanza in Scandinavia ma su San Gimignano ha idee chiare: «Io non sono un nostalgico della pianificazione sovietica ma qui bisogna scegliere tra la probabile distruzione di un bene e la sua salvaguardia attraverso una necessaria programmazione de gli accessi. Occorre avere il coraggio di scelte impopolari. Un sito tutelato dall'Unesco ma distrutto dal turismo di massa non serve a nessuno: è solo distrutto... Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto per i criter: da individuare. Ma il problema va affrontato». Lo ha detto giorni fa anche il ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli- «San Gimignano è un piccolo centro che ora va molto di moda ma se arrivano quotidianamente centinaia di pullman non solo finisce la magia di quel posto ma anche la viabilità». L'imperturbabile Marco Lisi, ds, è il sindaco di questo «patrimonio dell'umanità» proclamato dall'Unesco nel 1990 e guida una maggioranza sorretta dal 75 di voti espressi nel giugno 2004: «Flussi programmati? La versione omeopatica del numero chiuso. Sono pronto a discuterne. Ma in base a quale criterio di scelta? Priorità di richiesta? Ricchezza o cultura del singolo? Colore dei capelli? Avvenenza?» Lisi sorride ma ammette: «Siamo un caso unico in Italia, forse nel mondo. Tre milioni di turisti l'anno in un centro storico lungo 900 metri e largo 400. Imparagonabili rispetto ai sei milioni di Siena o ai dodici di Firenze». Il che si traduce in 13.700 bus-minibus e 1.800.000 auto in sosta l'anno, due-tre chilometri di mezzi in fila per entrare (primavera-estate) e in certi giorni in 20.000 presenze che soffocano i 1.400 abitanti del centro storico su 7.400 del Comune. Le ragioni del successo? Difficile dirlo. Prima le pubblicazioni turistiche negli anni '60, poi la pubblicità internazionale legata al film II prato dei fratelli Taviani dal 1979 in poi, ricorda Lisi, infine il passaparola su Internet, con siti di mezzo mondo che magnificano la «Manhattan del Medioevo». Le presenze 2006 sono in crescita rispetto al 2005: al 31 luglio lo scarto positivo è del 5 (cifre del bilancio parcheggi) e chissà che non aumenti visto che agosto è andato benissimo. Ammesso che la parola «benissimo» descriva la situazione. Ancora Lisi: «Numero chiuso? No. Dobbiamo garantire accesso a tutti, parliamo di un patrimonio dell'umanità. Ma dovremo sollecitare un turismo più consapevole, attento, pronto ad apprezzare la città anche in inverno. Numeri troppo alti per una presenza mordi e fuggì in pochi mesi diventano un danno economico, allontanano il turismo migliore. Lo dico? Ma sì. Quegli altri è meglio che se ne radano al mare». Di quei tre milioni (e forse più nel 2006) solo uno si trattiene un giorno in più, il secondo dorme almeno una notte e il terzo resta al massimo tre ore. Ammette l'albergatrice Cristiana Margheri de «La cisterna»: «Questo turismo ci da noia, il disagio per i sangimignanesi c'è, occorre in salto di qualità dell'offerta». Gli effetti della pressione sono allarmanti. Le mura costruite tra il 1000 e il 1200 continuamente erose da chi strappa un pezzetto di pietra come souvenir, soprattutto accanto alle tre porte. Dei duecento anelli medioevali in ferro sparsi per la città per la sosta dei cavalli, irripetibili testimoni di storia quotidiana, ne sono rimasti appena sei. Tre ronde di netturbini al giorno per ripulire strade e cestini. Dieci panchine distrutte dagli studenti in gita quest'inverno. Ma l'autentica devastazione riguarda il volto del centro. Dice sconsolato l'esuberante assessore alla viabilità Daniele Cappellini, che qualche settimana fa aveva ipotizzato una lontana possibilità del numero chiuso: «In alcuni giorni la ressa è bestiale, e pensare che a gennaio e febbraio qui sembra un deserto. E il commercio si comporta di conseguenza assecondando il turismo di massa. La proposta sfiora la vergogna, spesso il ridicolo». Un rapido colpo d'occhio dimostra la sua tesi, entrando da Porta San Giovanni. Quindici pelletterie (prototipo: «Maria's pelletteria») che vendono borse, giubbotti, cinte. Nulla di made in Italy, tanto meno in Toscana. Due rivendite di coltelli di ogni lunghezza e tipo (soprattutto finlandesi). Molte pistole di plastica per bambini, inclusi mini-mitragliatrici. Cumuli di pinocchietti in legno. Torri di Pisa cangianti. Magliette con «Italia campione» oppure con scritte go-liardiche tipo «Di mamma ce n'è una sola per fortuna». Due negozi con spade da samurai di differenti taglie (20 euro quella media). Piccoli vetri di Murano. Biancanevi multicolori in gesso pronte, con tanto di sette nani, a presidiare giardini. Buddha sorridenti in ceramica. Riproduzioni d'arte da globalizzazione, inclusi scorci del romanissimo, michelangiolesco «Giudizio universale» o dell'inevitabile Caravaggio. Fiori di stoffa made in China che suonano e si muovono appena sfiorati. Poi, nemmeno a dirlo, decine di spacci per pizza a taglio, gelati, panini. Per trovare una drogheria tradizionale bisogna raggiungere le altre porte, San Matteo e San Jacopo. Grande ricchezza per la città? In Comune alzano le spalle. Il 60 di queste licenze ha titolari estranei a San Gimignano. Il risultato inevitabile è l'impazzimento degli affitti e delle vendite dei locali (si sussurra, nessuna dichiarazione ufficiale, di bar centrali valutati anche 3 milioni di euro). E la scomparsa degli artigiani locali. Il fabbro Franco Baronti è un esempio tanto raro da essere stato intervistato dal New York Times: «Sono pessimista, non si può più tornare indietro. Questa paletta di ferro da camino, fatta a mano all'antica, quasi la svendo a 15 euro. Qui vicino quelle industriali ne costano uno. Io continuo per scelta e per passione, ormai sono in pensione. Ma domani?». Bella domanda. C'è da chiedersi cosa accadrà per i residenti visto che ormai si vende a 10.000 euro al metro quadrato, un casale ben ristrutturato con piscina e un ettaro di terra sfiora i tre milioni di valore. In fondo è la Manhattan del Medioevo.