COSI MANGIAVANO I NOSTRI ANTENATI Gli scavi archeologici dell'abitato dell'età del bronzo di Mursia, sulla costa occidentale di Pantelleria, sono ripresi quest'anno durante il mese di agosto ed hanno offerto ancora novità interessanti che contribuiscono a fare di quest'isola tra la Sicilia e l'Africa non soltanto una metà preferita dai Vip per il suo mare, i suoi dammusi e la sua gastronomia, ma anche dagli appassionati di storia e archeologia. Già negli anni scorsi Pantelleria era stata oggetto di attenzione mediatica, oltre che scientifica, per la scoperta degli ormai famosi tre ritratti in marmo romani raffiguranti Giulio Cesare, Antonia Minore e Tito (già esposti ripetutamente in Italia ed all'estero) rinvenuti nel sito dell'acropoli punico-romana presso la contrada San Marco. Ciò grazie ad uno sforzo istituzionale e finanziario dell'assessorato peri Beni culturali della Regione che aveva canalizzato sull'isola ingenti risorse europee per la ricerca e valorizzazione dei siti archeologici finalizzata alla creazione del Parco Archeologico di Pantelleria. Ma anche gli scavi preistorici di Mursia, diretti dallo scrivente con la collaborazione di Fabrizio Nicoletti nell'ambito di una convenzione tra l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani guidata da Giuseppe Gini e dalla responsabile del servizio archeologico Caterina Greco, avevano avuto gli onori della cronaca per varie scoperte che contribuiscono a dare di questo abitato risalente a oltre 3.500 anni fa una connotazione particolare di vero e proprio emporio commerciale lungo la rotta che, proprio a partire da quel periodo, ha collegato il vicino Oriente (Siria e Palestina) con l'Egitto, la fascia nordafricana di Libia e Tunisia, la Sicilia; e, attraverso questa, la penisola italiana e l'Europa occidentale mediterranea (coste provenzali e della Spagna orientale). Si trattava della rotta che poco dopo (intorno al 1000 avanti Cristo) percorreranno i Fenici, partendo da Tiro, Sidone e le altre città della costa siro-palestinese, per andare a fondare Cartagine, Mozia e Cadice (nella Spagna meridionale). Si trattava di una rotta alternativa a quella che i Micenei prima ed i Greci dopo percorsero per raggiungere dalla Grecia e dall'Egeo le coste italiane, siciliane e sarde. Questa rotta meridionale che attraversava il Mediterraneo da est a ovest e che aveva in Mursia un suo caposaldo era poco nota agli studiosi e si conosceva soprattutto per i periodi successivi animati dalla marineria fenicia. A Mursia gli indizi che ci consentono di provare che questa rotta passasse da Pantelleria sono ormai molteplici. Già nelle scorse campagne si era avuta la scoperta di un'interessante parure costituita da due orecchini in bronzo ad anello circolare e di una collana di grani in pasta vitrea globulari con al centro un pendente appuntito in bronzo quasi certamente di provenienza o egiziana o siro-palestinese. A questi si aggiungono decine di frammenti di ceramiche appartenenti a vasi di origine siro-palestinese come le anfore dette «cananee» che costituiscono il prototipo di quello che diventerà in epoca punìco-greco-romana il contenitore da trasporto prodotto in decine di migliaia di esemplari e diffuso in tutto il Mediterraneo. Ma anche frammenti di vasi di provenienza nord-africana (Libia), cretese, cipriota ed egea oltre ad un raro esemplare di grano di collana globulare in cobalto blu con una laminetta in oro all'interno di fattura egiziana. Quest'anno a Mursia lo scavo si è concentrato su una delle tante capanne ovali già note, costituite da un basso muretto in pietra ed un alzato in legno e piccoli arbusti perduto nel tempo. Il villaggio, infatti, era costituito da numerose capanne simili o più tondeggianti, disposte talvolta con un ordine geometrico lineare prefissato, poste su alcune balze in prossimità del mare. La parte più alta del villaggio era difesa da un poderoso muro di cui sopravvive la parte più orientale che separa l'abitato dalla vasta necropoli costituita da tumuli in pietra a forma di torre detti «sesi». La parte più bassa del villaggio, più vicina al mare e dove si trova la capanna in corso di scavo pensavamo che potesse avere un maggiore legame funzionale al mare per la sua posizione a diretto contatto con esso. Ed è qui, a proposito del rapporto tra questo abitato ed il mare, che è venuta la novità interessante dello scavo in corso. La capanna che stiamo scavando è come le altre per la sua forma architettonica ma non lo è per la sua destinazione e connotazione. Non vi è dubbio, infatti, che si tratta di una capanna di pescatori. Nello spazio interno di circa 30 metri quadri abbiamo trovato lische ed ossa di pesci di varia specie e dimensione, arnesi da pesca, attrezzi in pietra che servivano per la lavorazione del pescato, pesi in terracotta per le reti ed un'ancora in pietra costituita da una pietra informe con un foro per farvi passare la cima. Lo scavo, condotto nell'ambito di una moderna prospettiva e metodologia bioarcheologica che non presta attenzione soltanto ai tra-dizionali reperti archeologici, ma anche a reperti faunistici, come ossa di animali, o paleoetnobotanici come semi e carboni, o archeometrici come sostanze ed elementi inorganici di varia natura e funzione, ci ha permesso di isolare gruppi di semi di orzo di cui alcuni ancora all'interno di un bacile in terracotta, nonché consistenti quantitativi di ossa di pesci ed animali di altra natura. Ci sono poi numerosi token in terracotta (pesi preistorici che servivano come unità di misura per gli scambi commerciali), frammenti di ceramica maltese che dimostra i contatti tra le due isole, pietre con incavi ed alcune decine di piccoli vasi. La contestualizzazione di tutto ciò che viene rinvenuto all'interno della capanna, possibile anche grazie al metodo di registrazione e documentazione adottato che prevede l'inserimento di tutti i reperti in un sistema informatizzato costantemente aggiornato, ha permesso di fare già alcune ipotesi interpretative che andranno corroborate nel prosieguo della ricerca. È evidente che la capanna fosse adibita allo stoccaggio di prodotti ittici e dei relativi attrezzi da pesca. Ma ciò che intriga è l'ipotesi che vi fosse un nesso tra la lavorazione del pescato, che doveva prevedere certamente la conservazione mediante essiccazione e salagione, e la presenza dell'orzo con le macine per la sua molitura. L'orzo era utilizzato sia per la preparazione di pani e focacce, ma anche per produrre birra, o comunque bevande alcoliche fermentate, fin dal IV millennio (i primi a farne quest'uso furono i Sumeri). La presenza dei piccoli vasetti e delle pietre con concavità intagliate farebbe pensare alla necessità di dosaggio e conservazione di piccoli quantitativi di sostanze coagulanti necessarie per la produzione di bevande alcoliche e per la conservazione del pesce. Pesce e bevande alcoliche: un nesso che ci fa venire in mente quanto faranno i Romani più di mille anni dopo mescolando vino e salsa di pesce. Che questa capanna di Mursia sia il luogo di sperimentazione di un primordiale connubio tipico della gastronomia mediterranea tra pesce e bevande alcoliche (oggi vino, un tempo birra o affini? Ci piace pensarlo, ma presto l'approfondimento della ricerca ce lo potrà dire.
la Repubblica
24 Agosto 2006
Pantelleria: nuove scoperte archeologiche.
SE
Sebastiano Tusa
la Repubblica
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Bene culturale
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