Nella diatriba tra Vittorio Sgarbi e i conservatori dei musei sul trasferimento alla mostra di Mantegna di due tavole, considerate fondamentali per il successo dell'esposizione, non è certamente in gioco il perizoma di San Sebastiano. Piuttosto, la grandezza dell'artista in questione Mantegna accoppiata alla vivacità del responsabile delle celebrazioni Sgarbi, nominato dal ministero per i Beni e le attività culturali hanno fatto riesplodere un paio di questioni sulla gestione del patrimonio culturale assolutamente tipiche del nostro Paese. Prima di tutte è la "mostrite" che impazza in Italia. E ovvio che il 500 anniversario del Mantegna meriti una grande, grandissima mostra. Ma lo stesso si può dire per le decine, se non centinaia di esposizioni che ogni anno vengono organizzate in ogni parte d'Italia, con grandissimo dispendio anche di fondi pubblici? Qualche dubbio è lecito. Il Cristo morto del Mantegna è esposto quotidianamente ogni giorno alla pinacoteca di Brera, dove viene visitato da un numero relativamente modesto di appassionati: possiamo azzardare, in un anno, dalla metà di quelli che riceverebbe in poche settimane in una mostra ad hoc. Qualche anno fa, sempre a Brera, si formarono code smisurate per visitare una straordinaria tavola di Leonardo da Vinci, in tournee da Cracovia: peccato che un'altra tavola non meno grande dello stesso pittore sonnecchi in un museo della stessa città, dov'è visitata da un numero relativamente insignificante di appassionati. Si dirà che è uno degli effetti della società dell'immagine e della comunicazione. Può darsi: ma rimane una patologia. Soprattutto italiana: perché in molti altri Paesi (dove le mostre sono l'eccezione, non la regola) sono gli stessi grandi musei che sanno attirare milioni di visitatori con un'intelligente opera di promozione che fa la vera cultura. In tutte le grandi città sono i grandi musei, non le (sedicenti) grandi mostre, che fanno il livello culturale autentico di una comunità. Da noi il successo di qualunque responsabile di politica culturale viene misurato in base al numero di mostre organizzate e allo spessore delle folle mobilitate; che poi le istituzioni nelle quali si dovrebbero garantire gli autentici servizi culturali ai cittadini, dalle biblioteche ai musei, restino spesso neglette e trascurate non importa a nessuno. Un assessore sa bene (e qui parlo per esperienza) che se organizza una mostra azzeccata il ritorno di immagine sarà assicurato mentre, se si preoccupa di migliorare lo standard dei musei, e dunque di consentire loro si svolgere le funzioni che i confratelli internazionali considerano di routine, riceverà al massimo qualche sbadiglio. Il che non vuol dire, ovviamente, che le mostre non vadano fatte, soprattutto in occasioni così particolari come il centenario mantegnesco. E allora, facciamone meno e facciamole meglio. Dandoci magari qualche regola ed evitando paradossi e tentazioni: il paradosso è quello dello Stato che, da un lato, organizza le mostre e, dall'altro, non presta le opere. Le tentazioni sono, ad esempio, considerare il successo di pubblico una sorta di effetto indesiderato, un indice di volgarità, quasi che gli appuntamenti culturali cessino di essere tali se sono coronati dal successo di pubblico. O l'altra, anch'essa frequente in Italia, di giudicare le mostre in anticipo, non sulla base di che cosa promettono ma di chi le organizza, irineggiando o stroncando, prestando o rifiutando, a seconda che il curatore appartenga o meno alla stessa parrocchia accademica o politica (succede anche questo). Saremmo allora sicuri che i prestiti prima e le critiche dopo sono dettati non dalla simpatia ma dalla competenza. Ed eviteremmo che anche l'omaggio doveroso a un protagonista della cultura occidentale si trasformi in una bega da paese.
Viva Mantegna ma non cadiamo nella mostrite
Il testo discute la gestione del patrimonio culturale in Italia, in particolare le mostre organizzate per celebrare eventi storici come il 500 anniversario di Mantegna. L'autore critica la tendenza a organizzare mostre con grandissimo dispendio di fondi pubblici, senza garantire un alto standard di qualità e accessibilità. Sostiene che le mostre dovrebbero essere organizzate meglio, con una maggiore attenzione alla promozione e alla comunicazione, per attirare un pubblico più ampio e appassionato. Inoltre, l'autore critica la tendenza a giudicare le mostre in anticipo, basandosi sulla personalità del curatore piuttosto che sulla qualità dell'opera.
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Bene culturale
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