L'eterna questione dei prestiti di opere d'arte va esaminata caso per caso, secondo le caratteristiche del quadro, del museo e, soprattutto, della mostra. Sono il primo ad essere contrario al prestito sistematico. Ci sono capolavori dell'arte italiana del Quattrocento e del Cinquecento che sono rimbalzati di mostra in mostra, magari a pagamento, come ospiti televisivi che spaziano dai dibattiti sulla biogenetica a quelli sportivi. Però ci sono casi in cui la dimensione dell'evento, la sua caratura scientifica e il ruolo nodale che l'opera rappresenta per quella mostra rendono il prestito praticamente obbligatorio. A meno che non sussistano effettivi gravissimi rischi di incolumità per l'opera stessa. Nel caso del «Cristo morto» di Mantegna, l'opera ritornerebbe a Mantova, dove fu già protagonista una quarantina di anni fa nel primo grande evento espositivo in una città d'arte italiana. Il tragitto consta di centocinquanta chilometri, già percorsi dall'opera pochi anni fa per una mostra, certo importantissima quale «La Celeste Galleria» sui Gonzaga, ma nella quale il ruolo del quadro era assai meno decisivo. In questo caso si tratta di un evento eccezionale nel quinto centenario della morte di Andrea Mantegna, e quel quadro è più fondamentale qui che alla mostra di Mantova di quattro anni fa. Su questo prestito non ho dubbi che gli ostacoli andrebbero superati. Tornando al tema generale, troppo spesso mi sembra che a determinare il sì o il no non siano ragioni scientifiche o di tutela, ma rapporti personali, simpatie o antipatie o convenienze politiche. E questorni sembra nel nostro Paese il vero rischio della questione in generale. presidente del gruppo Skira