II giornalista morì il 27 agosto del 1996. In quel celebre libro delineò il profilo di un paese che distruggeva i suoi paesaggi e i suoi centri storici DIECI anni fa, il 27 agosto del 1996, moriva Antonio Cederna. Aveva 75 anni. Archeologo e giornalista, per alcuni decenni fu l'artefice di battaglie per la tutela del paesaggio e delle città storiche, sostenitore di una corretta urbanistica e avversario della speculazione edilizia. È stato fra i fondatori, nel 1955, di Italia Nostra. Ha scritto su II Mondo, sul Corriere della Sera e quindi sull'Espresso e su Repubblica. Nel 1956 pubblicò il suo primo libroI vandali in casa, che i primi di settembre esce in una nuova edizione da Laterza per la cura di Francesco Erbani, il quale ha scritto anche una prefazione e una postfazione (pagg. 336, euro 16). Per il decennale della morte, l'editore Corte del Fontego ha ripubblicato un altro libro di Cederna, Mussolini urbanista, con una prefazione di Adriano La Regina e una postfazione di Mauro Baioni (pagg. 281, euro 23). Da Diabasis esce poi Caro Tonino (pagg. 64, euro 10). Lo ha scritto nel 1997 Manlio Cancogni. È una specie di lunga lettera all'amico Cederna, con il quale lo scrittore toscano aveva condiviso negli anni Cinquanta la campagna giornalistica contro la speculazione edilizia a Roma, in occasione dell'alluvione che nel 1996 si abbattè sulla Versilia. Sono molti i temi che accompagnano Antonio Cederna nei diciassette anni di collaborazione a II Mondo di Mario Pannunzio, una collaborazione iniziata quando il pe-riodico muoveva i primi passi, nel 1949, e chiusa quando questo terminò le pubblicazioni, nel marzo del 1966. Cederna vi svolse l'intenso lavoro di cronista delle vessazioni che il territorio italiano andava subendo in quelli e negli anni successivi. Ai maltrattamenti patiti dalle bellezze arti-stiche, si aggiunsero quelli inferti ai centri storici, al paesaggio e poi alle città, la cui crescita, agli occhi di Cederna, stava assumendo caratteri informi, guidata da direttrici speculative e strutturalmente diversa da quella che esse avevano conosciuto nei secoli precedenti. (...) Negli articoli che egli scrisse si delinea il profilo di un'Italia che ha fretta di crescere ignorando se stessa, che dissipa l'antico e le qualità non solo estetiche che da esso promanano, consumando suolo e paesaggi. Parte di quegli interventi Cederna li raccolse ne I vandali in casa, uscito nell'autunno del 1956: è un libro che intona il controcanto di questo mezzo secolo di storia italiana, che da il tono di un paese il quale sarebbe potuto essere diverso da com'è stato e prefigura un'alternativa possibile che, mezzo secolo dopo (e a dieci anni dalla scomparsa di Cederna), come il negativo di una fotografia, spiega l'Italia di oggi. (...) Cederna sottolinea il profilo sistematico delle trasformazioni italiane. La degradazione della storia e della sua eredità, la distruzione dell'antico e del bello, la manomissione della natura e dei suoi equilibri non vengono lette solo come violazioni inammissibili di quanto il passato ha elaborato ed esteticamente definito, consegnandolo alle generazioni successive e impegnandole a tutelarlo come il luogo in cui è consegnata parte della loro identità. Questo basterebbe a imporre la salvaguardia, che è prodotto di civiltà e di civiltà moderna in specie. Ma non è sufficiente a spiegare l'atteggiamento di Cederna che si sbaglierebbe a ridurre alla sola componente conservativa: le violazioni Cederna le interpreta come uno dei modi di essere dell'Italia di quegli anni, le mette in rapporto con il tipo di sviluppo che l'Italia aveva intrapreso, con la fisionomia che andavano assumendo o confermando le sue classi dirigenti, l'amministrazione statale, dai livelli più alti a quelli semplicemente esecutivi, le burocrazie comunali, combattendo con i suoi interventi chi giudicava quelle manipolazioni alla stregua di un danno collaterale, l'accidentale e inevitabile corollario, e non una delle condizioni perché il cammino del paese procedesse esattamente in quel modo. Il Mondo è la cornice in cui le riflessioni di Cederna si distendono. E non è difficile cogliere quel di più di significato che il settimanale attribuisce ai suoi interventi: è un contesto nel quale si schierano Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi (per indicare soltanto due fra i tanti collaboratori cui spetta di dettare le linee-guida della testata) e che consente agli argomenti di Cederna di agganciarsi al più ampio dibattito sull'economia, la società e la politica italiana, la cultura, la cultura accademica, l'ambiente delle professioni. I "gangster" che scorrazzano sull'Appia, le grandi famiglie proprietarie di immense porzioni del territorio di Roma, gli azionisti e i dirigenti della Società Generale Immobiliare che orientano lo sviluppo della capitale nella direzione da essi auspicata, i pianificatori-burocrati che sventrano il centro di Milano sono i prototipi di un'economia semi-feudale, che al rischio imprenditoriale preferiscono la rendita fondiaria e immobiliare e si affiancano a quelle figure che compaiono nelle denunce di Ernesto Rossi contro il capitalismo monopolista e parassitario, il quale fonda le sue fortune sui privilegi e non sull'espansione industriale. La posizione favorevole a una salvaguardia totale dei centri storici è il primo punto sul quale si concentra la lunga intraduzione ai Vandali in casa. (...). Quel che sta accadendo in quegli anni a Roma, a Milano o a Lucca non è solo l'inserimento di manufatti moderni in contesti antichi. Lo sventramento è un intervento ben più invasivo, che scardina la struttura viaria e architettonica, impone alle strade e agli edifici misure non compatibili con la struttura tradizionale, sovraccarica un ambiente delicato di cubature fuori proporzione. Il caso milanese è esemplare. Nel capoluo-go lombardo non si distrugge, salvo che in qualche caso, edilizia monumentale, ma edilizia sette-ottocentesca non particolarmente pregiata eppure in grado di definire il linguaggio architettonico dell'intero centro cittadino. «La bella e antica e sotto molti aspetti importante città di Milano è condannata a sparire dalla faccia della terra», scrive con gli accenti dolenti e paradossali che rendono figurata la pratica di allargare strade, rettificare, raddrizzare, costruendo edifici imponenti, che centuplicano la rendita immobiliare. Il fascismo ha sfigurato il centro cittadino, ma le nuove amministrazioni meneghine proseguono nel progetto immaginando demolizioni e ricostruzioni, disegnando "racchette" che attraversino il cuore della città da parte a parte. Se ormai è impossibile bloccare a Roma il completamento dei lavori di via della Conciliazione o la muti-lazione di via Giulia, all'altezza di San Giovanni dei Fiorentini, possono essere risparmiate altre cruente operazioni nella carne viva del centro storico. Il piano regolatore della capitale prevede il micidiale sventramento di via Vittoria e di buona parte degli edifici circostanti per realizzare una strada che da piazza Augusto Imperatore e di qui fino al Lungotevere tagli perpendicolarmente via del Corso, squarci via del Babuino e via Margutta, sfilando parallela a via della Croce e via Condotti e si infili in un tunnel sotto il Pincio, in via San Sebastianello, sbucando in via Sant'Isidoro, praticamente in via Veneto. È uno scasso che ha le dimensioni di una catastrofe per tutto il centro storico romano e non solo per quella sua porzione pregiatissima. Al posto degli edifici esistenti sorgeranno palazzi di molti più piani e con densità abitative sconvolgenti che alimenteranno una ghiotta spirale speculativa. Sparirà la rete di piccole strade sostituita da arterie per sole macchine ed anzi è proprio questo l'obiettivo dichiarato di tuttal'operazione: rendere più fluido il traffico di scorrimento dalla zona dell'Esquilino e della stazione Termini al quartiere Prati, attraversando quel che resta del centro storico. Ma grazie agli articoli di Cederna e alla mobilitazione di molti intellettuali, quel progetto verrà sventato. (...) Cederna osserva le trasformazioni che Roma sta subendo con animo dolente e articola il suo stile con i toni dell'invettiva. Non gli sfugge il contesto. L'assalto al centro impedisce che una città funzioni correttamente, perché pretende di caricare il nucleo storico di funzioni incompatibili con la sua struttura e che molto più opportunamente possono essere sistemate nelle zone di espansione. Cederna non manifesta alcuna opposizione verso la crescita di un organismo urbano, verso l'atto del costruire, tantomeno verso la categoria del moderno. L'aggressione di un centro storico, insiste, si evita con la sua integrale salvaguardia e costruendo razionalmente la città moderna, orientandone lo sviluppo in una direzione definita, immaginando un altro baricentro, quello in cui collocare le funzioni direzionali (che aRoma significa soprattutto ministeri, ma non solo) e non ammassando lungo tutta la fascia che cinge la città insediamenti residenziali, anonimi, inospitali, dormitori senza alcun pregio. Distruggere un centro storico e far crescere la città "a macchia d'olio" sono operazioni che si reggono a vicenda, sono «un'equivoca e irrazionale contraffazione di modernità». La modernità delle altre città e capitali europee porta in una direzione diversa, dettata da una pianificazione urbanistica che è tutela di interesse collettivo e che andrebbe resa "coercitiva", «contro le insensate pretese dei vandali, che hanno strappato da tempo l'iniziativa ai rappre-sentanti della collettività, che intimidiscono e corrompono le autorità, manovrano la stampa e istupidiscono l'opinione pubblica». Vandalo è chi distrugge l'antico. Ma non solo. La coppia oppositiva vandalomodernità è scandita con nettezza. Vandalo è chi distrugge l'antico perché la città assuma una fisionomia più consona a interessi privati e non pubblici, perché il suo territorio venga spremuto al pari di una risorsa dalla quale ricavare quanto più reddito possibile. Il secondo tempo dello sventramento è infatti lo sfruttamento intensivo dei terreni appartenenti allegrandi proprietà immobiliari, verso le quali si indirizzano le scelte amministrative, adottate senza criteri razionali, urbanisticamente verificabili, che non siano la forza dei titolari di quelle proprietà. I bersagli polemici del Cederna di questi anni (la distruzione delle ville, gli sventramenti nel centro storico, le costruzioni ai piedi dell'Aventino o a San Giovanni) non si comprendono appieno se non allargando la mira sull'intera urbanistica romana, che a sua volta condensa ed esalta le scelte che le classi dirigenti stanno compiendo su scala nazionale.
la Repubblica
23 Agosto 2006
CEDERNA: Il cronista che raccontò l'Italia degli scempi
FR
Francesco Erbani
la Repubblica
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Bene culturale
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