Si sta agitando da tempo il problema del finanziamento della Biennale e della Mostra del Cinema; da più parti si lamenta la mancanza di sponsorizzazioni private e si rinfaccia all'imprenditoria veneta una latitanza lagunare con rischio di atrofizzazione delle due iniziative che da decenni ritmano la vita culturale e non solo cittadina, divenute una componente non trascurabile dell'immagine «mondiale» di Venezia. Che in periodo di vacche magre gl'investimenti sulla cultura siano i primi ad essere tagliati, surclassati da oltre necessità più impellenti, è nella natura delle cose. Da queste colonne mi sono chiesto se la promozione culturale sia funzione pubblica o se non debba istituzionalmente essere lasciata al mecenatismo privato opportunamente valorizzati, chiedendomi se, ove gli Scrovegni tornassero sulla scena, preferirebbero sponsorizzare una squadra di calcio, più redditizia in termine d'immagine del far dipingere quella certa cappella padovana da un pittore pur alla moda. La stessa scelta si pone per Biennale e Mostra del Cinema: Giotto o una squadra di calcio? Perché mai un benestante che sente lo stimolo a far qualcosa per apparire, per amore della città, dell'arte e via elencando sui possibili moventi del dare, dovrebbe determinarsi a finanziare un Ente di Stato, i cui amministratori sono scelti col metodo Cencelli, sulla base di alchimie partitiche, le cui decisioni sono assunte nell'olimpo d'una solitudine che risponde solo ai politici? Perché mai chi ha disponibilità dovrebbe trasformarsi in un più o meno anonimo portatore d'acqua? Meglio a tal punto una squadretta paesana che gioca il suo nome sulla maglia, che questa Biennale o questa Mostra del Cinema. Per arrivare a coinvolgere i privati nel finanziamento occorre coinvolgerli nelle nomine e nelle scelte. C'è uno specchio eloquente proprio a Venezia col Premio Campiello; altrettanto (o quasi) prestigioso della Mostra del Cinema, interamente in mano ai privati; sempre a Venezia c'è la vicenda del Palazzo Grassi, costruito nel Settecento da un famiglia per arrivare ad essere ascritta al Libro d'oro della Nobiltà, nel dopoguerra acquistato da una società privata per richiamo promozionale, ora ancora in mano di privati come investimento culturale. Ed allora una domanda pare almeno lecita: a fronte della vicenda Grassi o della fortuna del Campiello, è moralmente lecito dare danaro pubblico (non siamo ancora al poco o al tanto) alla Mostra del Cinema e non sarebbe più corretto affidarla, con gara all'incanto, ad un promoter privato? Affidarla nelle scelte, nelle nomine e quindi nelle spese. Sempre a Venezia resterebbe; anche in gara con Roma, perché l'imprenditoria privata conosce bene le regole della concorrenza, fondate sulla qualità dell'offerta non sulle aderenze capaci di mungere la vacca pubblica. Inevitabilmente sempre più povera di latte.
Biennale ai privati. Il cinema e lo sponsor
La Biennale e la Mostra del Cinema di Venezia sono in difficoltà finanziarie. Molti sostengono che la mancanza di sponsorizzazioni private sia una colpa dell'imprenditoria veneta, che dovrebbe valorizzare il mecenatismo privato. La stessa scelta si pone per Biennale e Mostra del Cinema: dipingere una cappella o sponsorizzare una squadra di calcio. Il finanziamento pubblico è visto come una scelta obbligata per enti di Stato, come la Biennale, che sono amministrati da politici. Per coinvolgere i privati nel finanziamento, è necessario coinvolgerli nelle nomine e nelle scelte.
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