MARKETING E PUBBLICITÀ Chi conosce la Pinacoteca del Castello? È necessario investire nel marketing e nella pubblicità SERVONO CONTRIBUTI Milano è una città che va svegliata, perché ha dormito troppo, e serve un contributo da parte di tutti «Vent'anni fa il Metropolitan Museum ospitò una grande mostra sul Caravaggio: i manifesti mostravano la "Natura morta" conservata alla Pinacoteca Ambrosiana. Scoppiò una polemica feroce, perché anche in quel caso l'opera non fu concessa. Giustamente. Tuttavia, ancora oggi mi chiedo: quanti milanesi hanno mai ammirato quel quadretto dal valore assoluto?». Lo scultore Arnaldo Pomodoro, ottant'anni lo scorso giugno, pensa alla sua Milano «ricchissima di cultura» e subito puntualizza: «Il sistema dell'arte andrebbe ristudiato». Da dove partiamo? «Dalla Pietà Rondanini, senza dubbio. L'ultima opera di Michelangelo è la prima che consiglio agli amici stranieri. È una via aperta sulla modernità, che andrebbe liberata da quell'orribile nicchia. E, soprattutto, andrebbe pubblicizzata molto di più». Perché, Milano non valorizza abbastanza i suoi tesori? «Non scherziamo, piuttosto ha il difetto di nascondere le sue ricchezze. È necessario un investimento prepotente nel marketing e nella pubblicità. Le faccio un esempio: chi sa dell'esistenza di opere di Lippi, Mantegna e Foppa nella Pinacoteca del Castello?». E come andrebbero pubblicizzate queste opere? «Non tocca a me dare lezioni di marketing. Ma penso, anzi tutto, che il Comune debba studiare più itinerari ad hoc per i turisti». Il suo personale percorso? «Dopo la Pietà, la Pinacoteca di Brera con i suoi Raffaello e Piero della Francesca. E poi la Casa Museo Boschi-Di Stefano: custodisce opere di De Pisis, Carrà, Fontana, De Chirico, Morandi, Sironi. Ma torniamo al punto di partenza: chi lo fa sapere ai milanesi?». È l'occasione adatta. «Allora proseguo consigliando il Poldi Pezzoli. Ha pezzi di grande valore, è considerato come la Frick Collection di New York. È un museo che funziona. Eppure è stata necessaria una campagna di raccolta fondi, anni fa, per risollevarlo». Vuoi dire che sono necessari gli allarmi e gli appelli per risvegliare i milanesi? «È un interrogativo che mi pongo anch'io. All'estero, penso a New York, fare donazioni, regalare arte, è un punto d'onore dell'alta società. Qui percepisco una sorta di pudore. Ed è un problema...». In che senso? «Milano è una città che va svegliata, perché ha dormito troppo, e serve un contributo da parte di tutti. Il ruolo della mia Fondazione è proprio questo: dettare una linea. Io do il mio impegno personale sull'arte, è una funzione che va al di là del mio lavoro». Come viene percepita, all'estero, la Milano della cultura? «La rispettano in molti, nonostante tutto...». Perché "nonostante tutto"? «Giro la domanda e le chiedo: qual è il nostro museo d'arte moderna e contemporanea? Il Pac, oppure villa Belgiojoso Bonaparte? In verità, non esiste. All'estero se ne accorgono e dicono: "È tutto un bluff. Sarebbe ora che venissero avviati i lavori all'Arengario». È un invito al sindaco Moratti? «Ho l'impressione che il primo cittadino sappia ascoltare e penso che Milano abbia le persone giuste per pensare a un rilancio. Deve solo puntare sulle idee».