Il Cristo delle polemiche se ne sta nella sala VI della Pinacoteca di Brera, un po' intruppato in mezzo a una sfilata di altri capolavori, visitato e ammirato come sempre ma non più del solito, malgrado la possibile partenza per Mantova (e l'ultima volta il sindaco ha pure cercato di tenerselo). Anche un po' defilato, ad ogni modo il Cristo Morto di Mantegna rimane uno degli assi della manica della Pinacoteca, una delle opere-manifesto che da sole calamitano le visite, assieme alla Madonna detta dell'uovo di Piero della Francesca, allo Sposalizio della Vergine di Raffaello, alla Cena in Emmaus di Caravaggio, alla Fiumana di Pellizza daVolpedo, al Bacio di Hayez. Per citare i più famosi, non necessariamente i migliori. LE DIMENSIONI modeste del dipinto (68 cm x 81) e il criterio cronologico dell'esposizione hanno riservato al Cristo una sala-corridoio illuminata da un lucernario. Le pareti sono color crema, il pavimento in granulato di marmo scuro, la compagnia prestigiosa: Gentile e Giovanni Bellini (tutto in famiglia: i due fratelli veneziani erano cognati di Mantegna), Vittore Carpaccio, Cima da Conegliano e altri ancora, sezione dipinti veneti del XV e XVI secolo. Il Cristo è a una estremità di questo corridoio, davanti a lui un ingresso che interrompe la parete di fronte e lo rende visibile all'orizzonte e raggiungibile da un altro percorso. Non è una collocazione di ampio respiro paragonabile alle ampie sale come la XIV con i Veneti del Cinquecento e quadri di grande formato, o la VIII dominata dalla colossale Predica di San Marco ad Alessandria d'Egitto dei due Bellini che, istruttivamente per noi presunti moderni, ci mostra un uditorio composto da cristiani, mori e donne velate che ascoltano il santo, su uno sfondo di minareti, giraffe e cammelli. E non è nemmeno la posizione più prestigiosa, se vogliamo considerare tale la sala XXIV, che raccoglie appena cinque quadri: due di Luca Signorelli, uno di Bramante, il Raffaello (ventunenne...) dello Sposalizio con Maria e Giuseppe che paiono accennare un passo di danza del saltarello quattrocentesco, e infine il Piero della Francesca della spettacolare Madonna dell'Uovo, dove Federico da Montelfeltro, inginocchiato di fronte alla Vergine, fissa il vuoto di fronte all'austera compostezza dei santi. Però, però... il Cristo morto si impone da sé. Giungendo dalla sala VII, affollata di ritratti di notabili severi e barbuti, tele dal costante nero profondo appena rischiarato qua e là da un naso, una fronte, una mano, l'originalità del capolavoro di Mantegna cattura l'attenzione. I visitatori lo cercano, più delle sue altre opere addossate alla stessa parete, la Madonna dei cherubini, cui il restauro ha restituito la vivacità dei colori e che andrà a Mantova, e il Polittico di San Luca, che alla mostra del Cinquecentenario invierà le pale con san Daniele e santa Giustina. Non ha colori, invece, il Cristo: «Nelle riproduzioni non sembra tanto grigio dice Francesca Chiesa, italiana di Parigi che ha portato in Pinacoteca il fidanzato francese è proprio l'immagine del lutto». Francesco Montemarano, tirocinante avvocato di Avellino, lo considera «il mio preferito. È marmoreo, imponente nella muscolatura, impressiona per la prospettiva: è come se l'osservatore fosse inginocchiato ai piedi del letto». Il Cristo soggioga lo spettatore, lo ipnotizza. Non è il San Pietro di Cima da Conegliano, serafico e vittorioso sul martirio malgrado il coltellaccio conficcato in testa. Non è il San Sebastiano di Liberale di Verona, sulla parete di fronte, le frecce ben affondate nella carne, perché i santi offerti alla contemplazione del popolo lo ammonivano con la loro storia di tormenti e supplizi, sì, ma a differenza di questo erano sempre ben pasciuti. Il Cristo ci trasmette la sua umanità, non la sua divinità: lo guardiamo dal basso, come un bambino ammutolito dalla fissità della morte o un devoto reso tremante dal dubbio. Ci risponde con il silenzio delle palpebre abbassate, delle labbra chiuse, della fronte lievemente corrugata. Sui piedi e sulle mani lacerate dai chiodi la pelle è aperta e slabbrata sulle ferite come fosse di carta. La carne ha lo stesso colore cereo del sudario, la ferita al costato è una linea resa sottile dall'inquadratura, solo sull'avambraccio sinistro compare una minuscola goccia di sangue, un sangue che sgorga copioso dalle ferite della Pietà del Tintoretto, poco più in là. Le lacrime dei dolenti sono invece grosse, pesanti, ben definite. «Emoziona», «impressiona», «colpisce», queste le parole che i visitatori pronunciano più spesso. Così, divide l'idea di prestarlo. Non solo a Mantova, in assoluto. «Nosostiene Donatella Bai, insegnante di lettere triestina le opere antiche e delicate non devono mai viaggiare, specialmente per il valore ridotto di molte mostre». «Sì risponde Kim Ae-Hyang, coreana trasferita a Milano al seguito del marito, tenore lirico perché altrimenti molta parte del mondo non vedrebbe mai certe cose. Da noi non ci sono molte testimonianze artistiche e storiche. A Seul, a una recente mostra su Picasso, c'era sempre il pienone». Emoziona, impressiona, colpisce, sono le espressioni più usate dalle persone in ammirazione davanti quel capolavoro dalla prospettiva ardita Numero di visitatori all'anno 203.256 Numero di sale 37 Orario h 8.30-19.15 dal martedì alia domenica, chiuso lunedì Biglietto d'ingresso 5 euro (2,50 ridotto) I maggiori capolavori Piero della Francesca Madonna dell'uovo (1472-74) Andrea Mantegna Cristo morto (1480-1490) Raffaello Sanzio Lo sposalizio della Vergine (1504) Caravaggio Cena in Emmaus (1606) Pieter Paul Rubens Ultima cena (1632 circa)
A Brera nella stanza del Cristo
Il Cristo Morto di Mantegna è un capolavoro dipinto del XV secolo che si trova nella Pinacoteca di Brera. È uno degli opere più famose e visitate della galleria, insieme ad altre opere come la Madonna dell'uovo di Piero della Francesca e la Cena in Emmaus di Caravaggio. Il dipinto è stato esposto in diverse sale della Pinacoteca, ma attualmente si trova nella sala VI. Il Cristo è rappresentato in una posizione imponente, con la fronte corrugata e le mani lacerate dai chiodi. La sua immagine è caratterizzata dal silenzio e dalla fissità, che lo ipnotizza lo spettatore. Il dipinto è stato oggetto di diverse interpretazioni, con alcuni visitatori che lo considerano il mio preferito.
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