IL CASO Il critico d'arte reagisce al «no» di Brera: l'opera è integra, deve andare a Mantova. Dibattito tra i critici: «Sui prestiti è una giungla, servono regole più chiare» Per Vittorio Sgarbi il «Cristo morto» del Mantegna «sta da dio», anche se la Pinacoteca di Brera sostiene il contrario e non glielo presta per la mostra sul grande pittore mantovano. E c'è pure un precedente: per la mostra «Caravaggio e l'Europa» Brera non prestò a Sgarbi la «Cena in Emmaus». La ragione? Motivi di conservazione. Come in un processo, Sgarbi ha però pensato di fare una controperizia di parte. «Siccome non mi è stato mostrato alcun check up dell'opera da parte della sovrintendenza, ho deciso di affidare al restauratore Gianluigi Colalucci di andare a Brera dopodomani e farmi una relazione. La invierò al ministro Rutelli, che potrà riaprire la questione». Quattro anni fa il quadro andò a Mantova per la mostra «La Celeste Galeria». «Ora lo Stato danneggia se stesso non prestandolo, poiché è tra i promotori dell'esposizione. E poi, se davvero il quadro ha bisogno di restauro, ci offriamo di farlo». Aggiunge l'editore e organizzatore della mostra Massimo Vitta Zelman: «Si tratta di un evento eccezionale nel V centenario della morte di Mantegna e quel quadro è più fondamentale qui che alla mostra di Mantova quattro anni fa» Sorprendono tuttavia i tempi: Brera aveva risposto a Sgarbi sin dall'autunno del 2005. Aveva concesso il nulla osta per tre opere (tra le quali la «Madonna dei Cherubini» e parte del «Polittico di San Luca»), aveva dato risposta negativa per il «San Bernardino da Siena», e di chiusura per il «Cristo morto». «Certo - afferma la nuova soprintendente di Brera Carla Enrica Spantigati - ci vorrebbe un regolamento per il prestito delle opere». Questo del Mantegna è, infatti, solo l'ultimo caso di una costante querelle che rende urgente interrogarsi su limiti e modalità dei prestiti. E per comprendere la situazione è opportuno fare un passo indietro. I grandi musei pubblici si sono sviluppati soprattutto nel XIX secolo, principalmente per due motivi: radunare il patrimonio nazionale, anche come elemento di identità, e renderlo disponibile, per la prima volta, ai cittadini. Le mostre, invece, sono nate sul modello delle grandi esposizioni merceologiche, come è ancora evidente nel caso di esposizioni di pittori emergenti. Quanto alle retrospettive sui maestri del pennello, un tempo avevano intento scientifico o erano motivate dalla scarsa mobilità degli individui. Oggi, invece, molte sono «eventi» con ricaduta economica per chi (enti pubblici o privati) le organizza. Da qui una richiesta continua ai musei di ottenere prestiti degli artisti che fanno «cassetta». Fatti salvi i principi che, per lasciare il museo, un'opera dev'essere in buono stato di conservazione ed essere ospitata in un luogo con specifiche qualità tecniche, per il sovrintendente di un museo quali sono i limiti e le discrezionalità per prestare opere senza snaturare il museo (che comunque non è il luogo per il quale esse sono state pensate) in cui si trovano? Una ricetta «mercantile» (o benculturalista) per frenare un fenomeno fuori controllo potrebbe essere quella che si regola sul principio della domanda e dell'offerta: prestare il bene richiesto dietro compenso, e utilizzare i ricavi per la gestione del museo e la tutela degli altri beni. I musei americani spesso praticano questa politica. Da noi i musei statali prestano in previsione di un concambio, o chiedendo il restauro di un'opera o diventano promotori della mostra, prestando (o non) l'opera a se stessi. Per Rossana Bossaglia bisogna porre limiti rigidi: «Il luogo della mostra deve essere adeguato e ci vuole scientificità nella proposta. Altrimenti i musei non devono prestare nulla perché spiazzano i visitatori». Sulla stessa linea Stefano Zecchi: «Medio spostare la gente che i quadri. Non mi sembra che la mostra di Mantova abbia alta scientificità». «Fatta salva la tutela, i musei afferma Carlo Bertelli non devono privarsi dei loro pezzi simbolici; io vietai il prestito della Pietà Rondanini a Firenze. La logica della domanda e dell'offerta con monetizzazione è per ora impraticabile a causa della burocrazia statale, ma sarebbe una via pericolosa perché esaurisce il senso del museo. Solo se convinti della bontà del progetto si deve prestare». «Non sempre le ragioni di conservazione sono reali - afferma Philippe Daverio -. Ogni museo deve darsi delle regole e prestare le opere a scadenze fisse». «Giusto non privare una pinacoteca di un suo quadro-simbolo - dice lo stesso Sgarbi -, ma non si inventi la scusa della conservazione! Se Brera segue questa logica, doveva comunque rendere fruibile il suo Mantegna collegandosi alla nostra mostra: ha perso un'occasione. Nicola Spinosa, per ottenere un prestito dal Pio Monte di Misericordia, fece effettuare un restauro per 250 milioni di lire. I privati concedono già prestiti a pagamento. Lo potrebbe fare anche lo Stato. È una questione da discutere». Più radicale l'organizzatore di mostre Gilberto Algranti. «Con la dichiarata autonomia delle sovrintendenze si potrebbero pagare i prestiti. Per la mostra su Caravaggio ho speso 25 mila euro per un quadro proveniente da Vienna». Il «San Sebastiano» del Mantegna, che si trova alla Ca d'Oro di Venezia, non è stato concesso, perché in restauro, alla mostra sul pittore mantovano che si terrà a Padova, Verona e Mantova dal 16 settembre al 14 gennaio Saranno esposte 352 opere, di cui circa 60 del Mantegna, da 140 musei. Il costo della mostra si aggira, secondo gli organizzatori, intorno ai 10 milioni di euro. Si attendono 600 mila visitatori
Corriere della Sera
24 Agosto 2006
Sgarbi non si arrende, controperizia sul Mantegna
PI
Pierluigi Panza
Corriere della Sera
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Bene culturale
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