Maria Teresa Fiorio, già soprintendente di Brera in anni recenti, dice di aspettarselo: le code dei milanesi a Mantova per vedere il Cristo morto esposto nella mostra per i cinquecento anni dalla morte di Andrea Mantegna, quando il quadro è qui, a disposizione tutti giorni nella Pinacoteca di Brera. Ma non c'è da stupirsi, è la logica dell'Evento. Quello che sta cercando di costruire Mantova. La Fiorio non si sbilancia ma dice di «capire la ritrosia dei colleghi di Brera». Perché un quadro così importante e simbolico, in fondo «si può sempre venire a vederlo a Milano, alla Pinacoteca». C'è anche un ricordo personale, perché quando la Fiorio prese le redini della soprintendenza, il Cristo Morto non era nelle sale del museo, era stato prestato. A Mantova. Come andò la vicenda del primo prestito a Mantova, dottoressa Fiorio? «Il Cristo morto era stato prestato per la mostra dei Gonzaga, nel 2002. Lo ritirai io personalmente, a Mantova, al termine della mostra nel gennaio del 2003». Lei lo avrebbe prestato? «Volle così Caterina Bon Valsassina alla quale, a Brera, ero subentrata nel novembre precedente. Quando arrivai, il quadro era già via, non ho titolo per dire se lo avrei concesso anch'io, non essendomene dovuta occupare». Dovendola prendere, è una decisione sempre difficile. «Sì, se i colleghi di Brera oggi sono restii li posso capire. In realtà, credo di comprendere le ragioni di entrambi. Il Cristo morto è un quadro simbolo per le celebrazioni mantovane: andare lì e non trovarlo sarebbe una delusione. D'altra parte, è un quadro simbolo pure per Brera: visitare la Pinacoteca e non trovarcelo sarebbe anche questa una delusione. La Pinacoteca poi, in questo periodo, è piuttosto sguarnita». Come mai? «Sono via diversi quadri per una mostra a Washington sui pittori veneti del primo Cinquecento. Sono state fatte delle sostituzioni per riempire i buchi nelle sale, però... Quali rischi corre il Cristo morto, se lascia Brera? «E' una tempera su tela, un quadro delicato. Nella stessa Pinacoteca viene conservato con attenzioni molto particolari, in un climabox costruito apposta per lui proprio in occasione del prestito alla mostra sui Gonzaga. Di conseguenza, anche in questo caso viaggerebbe nel suo climabox, in condizioni climatiche costanti e idonee alla migliore conservazione. Ha il vantaggio di non essere grande, il che rende spostarlo meno pericoloso. Comunque lo spostamento di un'opera comporta sempre dei rischi, dunque anche stavolta capisco la prudenza dei colleghi. Tra l'altro Brera è già stata generosa con questa mostra». In che senso? «Manda a Mantova alcune tavole del polittico di San Luca, molto grande e prezioso, che per il prestito si dovrà smontare. Un'operazione non semplice per un'opera giovanile nella quale Mantegna coniuga il suo senso nuovo dello spazio e della prospettiva con un tradizionale fondo oro. E poi Brera concede la Madonna dei cherubini, restaurata dai bravissimi restauratori di Brera, un quadro di un cromatismo vibrante. Non è poco». Il Cristo morto, invece, perché è tanto importante? «Ha una carica emotiva enorme e rivoluzionaria per la modernità della prospettiva e la posizione singolare del corpo: ha cambiato del tutto l'idea della presentazione del Cristo ed è stato accolto subito con favore. Nel percorso artistico di Mantegna è una pietra miliare, c'è un prima e un dopo questo quadro». Logico dunque che a Mantova lo vogliano a tutti i costi. «Appunto per questo, perché si tratta di un'opera talmente nota, uno potrebbe anche dire: me la vado a vedere a Milano».