E' forse opportuno, essendo stato tirato in ballo a più riprese e in diverse repliche per il mio articolo pubblicato su Repubblica giovedì scorso, chiarire meglio quanto ho già scritto. Il mio intento era di riportare il dibattito su quel "pezzo di storia costruito" che sono le Vele, nel suo alveo naturale, che è la grande esperienza dell'architettura e dell'urbanistica europee del '900, alle quali è possibile ricondurre tutto quanto realizzato nelle città italiane e che, nei piani regolatori, si trova al di fuori dellaperimetrazione tipica di "centro storico". Questo non significa operare una difesa d'ufficio delle Vele e del loro essere orinai ruderi urbani e simbolo del degrado nell'immaginario collettivo. E questo non significa neppure inalberarsi nel rifiutare la demolizione dei tre rimanenti edifici. Ma questo significa (come dovrebbero fare anche di buoni amministratori e di buoni funzionari), mettere il naso fuori dai confini comunali e vedere come non solo soluzioni indubitabilmente più difficili e complesse dell'arrendevole demolizione, sono possibili, ma che spesso queste operazioni di ricostruzione, di modifica e di ricucitura innescano fiducia, speranza e un aumento del cosiddetto "capitale sociale" che, in una situazione come quella di Scampia, nella quale emergono le difficoltà nel definire i complessi rapporti tra soggetti sia in senso verticale che orizzontale, risulta il più delle volte decisivo. Per essere più chiaro è forse utile fare riferimento, tanto per fare un esempio, a quanto da qualche anno sta avvenendo a Roma nel complesso di edilizia residenza pubblica del Corviale: il famoso (o, meglio, famigerato) edificio lungo un chilometro. Un grande moloch piazzato, senza soluzione di continuità, nel bel mezzo della periferia romana, progettato nel 1972 dall'architetto Mario Fiorentino, terminato quasi dieci anni dopo, rimasto in molte parti incompleto e nel quale vivono ancora più di 6000 persone. Qui, nell'ambito del Contratto di Quartiere, i cittadini sono staticoinvoltinel "Laboratorio Territoriale", istituito dal comune, con lo scopo di favorire interventi per la valorizzazione dell'ambiente e lo sviluppo locale. I grandi finanziamenti previsti perl'intera operazion e messa in campo (più di 10 milioni di euro), sonoserviti, oltre che per interventi di riqualificazione e ristrutturazione degli spazi comuni e di gran parte degli appartamenti, anche a sviluppare il progetto "Immaginare Corviale" che, come si legge nel sito che ne racconta l'esperienza {www.corviale-network.net): «Risponde ad un'esigenza diffusa tra gli abitanti di Corviale, di modificare l'immagine stereotipata dell'edificio, puntando sul loro coinvolgimentonell'invenzio-ne di una nuova immagine del quartiere. Immaginare Corviale è un esperimento di produzione culturale che coniuga pratiche di progettazione partecipata, di community art, di produzione artistica e multimediale offrendo un punto di vista innovativo sui contesti». Di esempi similari se ne potrebbero fare a decine, ma non è questa la sede. In ogni caso, questo non vuoi dire che l'esperienza del Corviale (che ho descritto in maniera molto approssimata) sia riproducibile tout court a Scampia. E non significa nemmeno che il "corto circuito", come scrive correttamente il Comitato Vele, tra cittadini e Vele sia in qualche modo reversibile. Vuoi dire, però, che le strade alternative alla demolizione di tutte le Vele sono possibili, non impossibili come tenta di spacciare la solita logica semplificante e semplicistica. Si tratta dimetodi complessi e complicati, che utilizzano il cesello più che le ruspe, che hanno bisogno dei cittadini, ma anche di esperti e di una pubblica amministrazione attenta, motivata ed aggiornata. Anche a Napoli, forse, ne sarebbe valsa la pena.
Il cesello e non la ruspa per le Vele
L'autore del testo sostiene che le Vele a Napoli non sono solo ruderi urbani, ma anche un esempio di come le città italiane possano essere riqualificate attraverso la partecipazione dei cittadini e la creazione di nuove immagini del quartiere. L'autore cita l'esempio del Corviale a Roma, dove un grande complesso di edilizia residenza pubblica è stato trasformato attraverso un progetto di valorizzazione dell'ambiente e dello sviluppo locale, grazie a finanziamenti e interventi di riqualificazione. L'autore sostiene che le Vele a Napoli potrebbero essere trasformate in un luogo di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, piuttosto che essere demolite.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo