Gli scempi dei writer nella città storica. Multe fino a 2000 euro, ma responsabili quasi sempre impuniti "Tag" in centro, da palazzo Massimo a San Pantaleo SULLA prima colonna alla destra dell'entrata è passato "Joe", che ha segnato il territorio con una scritta in nero; sulle due colonne successive un graffitaro ha lasciato il suo "tag" (lo Street name), una specie di fulmine blu; mentre sul muro che segue altri writer hanno segnato il territorio con i loro pseudonimi in vernice spray dai colori azzurro, rosso, argento e viola. Non siamo sul muro in cemento di un anonimo palazzo della periferia romana. Ma sulla facciata in prezioso marmo di una delle più belle dimore rinascimentali del centro storico: palazzo Massimo alle colonne, su Corso Vittorio Emanuele II, disegnato nel 1532 da Baldassarre Peruzzi, l'architetto senese (1482-1536) che progettò la Farnesina alla Lungara e che fu anche direttore della fabbrica di San Pietro. «I muri antichi sono spazi inviolabili per noi writer, chi li fa è un toy» (ossia un graffitaro incapace), avevano detto il 12 luglio di un anno fa Alexander e Ludivine, i due ragazzi francesi bloccati mentre facevano tag all'Eur e puniti con la gogna della pulizia dei muri imbrattati. Ma si tratta davvero di una leggenda metropolitana. Il palazzo della famiglia Massimo, infatti, non è l'unico monumento "visitato" dalle gang di graffitari romani che, sul modello dei pixadores di San Paolo del Brasile, hanno come obiettivo quello di sfregiare la città più che fare arte: non realizzano complessi e colorati dipinti murali, ma banali e lineari scritte monocrome. I vandali hanno sporcato, ad esempio, la facciata di palazzo della Cancelleria caposaldo dell'arte del '500 lasciando i loro tag sulla destra, proprio sotto la targa in marmo che recita: "Affissione vietata, articolo 663 codice penale". Per chi imbratta i muri la multa può arrivare a 400 euro, ma tocca quota 2000 nel caso di monumenti antichi. Dovrebbero pagarla ammesso che si riesca ad acciuffarli i vandali che hanno lasciato scritte sulla seicentesca chiesa di San Pantaleo e sulla facciata di palazzo Braschi, sotto le statue settecentesche a Ponte Milvio dell'Immacolata e di San Giovanni Nepomuceno (qui è passato il writer "Desino"), ma anche sul muro esterno delle catacombe di Priscilla su via Salaria. Oppure, sulla parete laterale di palazzo Altemps: sotto la targa di via dei Soldati c'è una scritta fresca fresca in nero eseguita sopra la mano di intonaco rosa pietosamente steso per coprire altri "vecchi" graffiti. Un vero Hall of fame (nel gergo, superficie su cui il graffitaro prepara le sue opere migliori) è poi il muro intonacato di Sant'Andrea in via Flaminia, gioellino cinquecentesco di Iacopo Barozzi da Vignola, uno dei teorici dell'architettura rinascimentale: il marchio del writer è di 3 lettere "Tpu", disegnate grandi, in rosa, coprendo i tag di altri writer attivi sull'intonaco della chiesina trasformata in parete palinsesto del degrado metropolitano. I writer-vandali non risparmiano i luoghi di culto. Ad esempio la facciata della confraternita del Santissimo Sacramento in via dei Baullari, aun passo da Campo de' Fiori. Lì accanto c'è vicolo dell'Aquila dove i condomini di un palazzetto hanno appena fatto ridipingere l'esterno di color zabaio-ne. Non hanno coperto l'antica targa in marmo con su scritto: "Tu che passi in questa via non ti scordar di salutar Maria". Detto fatto. Un graffito in azzurro è stato fatto sopra l'intonaco immacolato. E uno in nero direttamente sull'edicola del 1954 con l'effigie della Vergine col Bambino.