Una dirigente doppiamente precaria part time e provvisoria al vertice di Brera. È l'inedita, deprimente soluzione adottata dal ministero dei Beni culturali per la più importante soprintendenza lombarda. Da cui dipendono, è bene ricordarlo, non solo gli incerti destini della Pinacoteca, cronicamente in lotta con l'Accademia, ma anche la tutela di un territorio vastissimo, che comprende ben otto province. Carla Enrica Spantigati, che sarà a Milano ai primi di settembre, dovrà dividere questi impegni con la soprindendenza di Torino, che guida da diversi anni e che, almeno per ora, non le è stato chiesto di lasciare. Oltre che part-time, il suo incarico è provvisorio: soltanto tra un anno, apprendiamo, si deciderà se confermarla, e radicarla a Milano, oppure sostituirla con un altro collega. Non è esattamente la soluzione chela città si aspettava e meritava, dopo un decennio segnato dalla precarietà, in cui Brera ha visto avvicendarsi Spantigati esclusa ben quattro soprintendenti: da Pietro Petraroia a Bruno Contardi, da Caterina Bon Valsassina a Maria Teresa Fiorio. TUTTE personalità di primo piano. Ma tutte, per un motivo o per l'altro, rimaste in carica per un periodo troppo breve. Petraroia ha traslocato in Regione, attratto da un incarico prestigioso (direttore centrale della cultura) e da un più rispettabile stipendio. Il povero Contardi è morto ancor giovane d'infarto, anche a causa del suo generosissimo impegno. Bon ha scelto Roma, chiamata alla direzione dell'Istituto centrale di restauro. La milanese Fiorio, che doveva assicurare finalmente continuità, è rientrata al Castello Sforzesco, dov'era (e dov'è) assai meglio pagata. Ragioni di elementare buon senso e di rispetto perla città suggerivano, a questo punto, una scelta definitiva. La soluzione Spantigati, senza nulla togliere al sicuro valore della nuova soprintendente, penalizza invece Milano. I problemi sul tappeto sono troppo vasti e complessi perché possa risolverli un dirigente a mezzo servizio, senza quelle certezze di ruolo e di potere che sono la condizione necessaria per l'autorevolezza. Tutela del territorio a parte (ricchissimo peraltro di preziose opere d'arte), l'emergenza numero uno è Brera. Il sogno della Grande Brera, cullato già negli anni settanta da Franco Russoli, e invano coltivato dopo di lui da Carlo Bertelli, è diventato un incubo. Uno dei più importanti musei italiani non ha spazio per esporre tutti i suoi capolavori, né per allestire quelle grandi mostre indispensabili per attrarre il grande pubblico. L'ennesimo, buon progetto che prevede di estendere la Pinacoteca nella sua sede storica trasferendo parte dell'Accademia alla Bovisa, segna il passo, contestato dal solito irriducibile gruppo di docenti. Così un museo di valore europeo vivacchia in una dimensione provinciale. E la città della cultura si trova orfana di una delle sue principali risorse. Per prendere di petto il problema, e chissà mai riuscire a risolverlo, ci sarebbe stato bisogno di ben altro che di un soprintendente part time. ARMANDO BESIO
Qualche domanda su Brera
La soprintendenza di Brera, una delle più importanti soprintendenze lombarde, è stata affidata a Carla Enrica Spantigati, una dirigente part-time e provvisoria. Il suo incarico è provvisorio e sarà valutato entro un anno. La scelta è stata criticata per essere troppo precaria e per non garantire la stabilità necessaria per gestire il museo. La città di Milano si aspettava una scelta più solida dopo un decennio di precarietà. La soprintendenza di Brera è stata criticata per non avere spazio per esporre tutti i suoi capolavori e per non poter allestire mostre importanti. La città si trova orfana di una delle sue principali risorse.
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