L'86 per cento degli imprenditori italiani ritiene importante spendere soldi per la cultura, il 58,7 per cento ne è talmente convinto da essersi già cimentato in questo tipo di investimento. E' quanto rileva una ricerca recentemente promossa da Civita (un'associazione che opera nel campo della gestione dei musei) e realizzata dalla società di marketing Unicab. Simili cifre possono sorprendere molti, ma non chi, come Michela Bondardo, a costruire ponti tra il mondo della cultura e quello dell'impresa ci prova da anni. Nel 1987 la Bondardo ha creato la prima società italiana specializzata in comunicazione culturale: da allora, la Bondardo comunicazione e la sua fondatrice hanno fatto parecchia strada. La sfida più ambiziosa è appena cominciata: nel 2002 è nato il Sistema impresa cultura, un progetto che, attraverso un premio annuale, un forum semestrale e un osservatorio cui hanno aderito i maggiori esperti italiani del settore, punta a dotare le imprese italiane degli strumenti necessari per investire con creatività e continuità in cultura. "I dati che emergono dalla ricerca dell'Unicab mi paiono ragionevoli", dice la Bondardo al Velino. "Il crescente impegno culturale delle imprese italiane riflette il nuovo atteggiamento dei consumatori del nostro paese: uno studio compiuto due anni fa dall'Astra-Demoskopea dimostrava che, a parità di prezzo e di qualità degli acquisti, gli italiani comprano più volentieri i prodotti delle compagnie che investono in cultura. I nostri concittadini sono più maturi di quanto non si pensi". Le imprese, continua la fondatrice di Bondardo comunicazione, stanno cominciando a capire: "La pubblicità dà stanchezza, i consumatori diventano sempre più sofisticati. In questo scenario, investire in cultura è per le aziende, una sfida sempre più vitale. Si sta diffondendo, tra gli imprenditori, la consapevolezza che la cultura può rappresentare un contenuto forte, un'attività tutt'altro che collaterale". Tuttavia, tra i capitani d'industria permane una tendenza a preferire le operazioni "mordi e fuggi", piuttosto che gli investimenti culturali a lungo termine: lo studio dell'Unicab indica che, nel 76,3 per cento dei casi, le aziende hanno privilegiato, nella loro azione di mecenatismo, gli interventi-spot. Con quali mezzi si può vincere la diffidenza delle imprese e trasformare la loro curiosità nei confronti della cultura in un ricorso strategico? Dal punto di vista legislativo, uno strumento-chiave è quello degli incentivi fiscali, che in Italia cominciano finalmente a essere utilizzati. Nel novembre 2000 è entrato in vigore un nuovo sistema di sconti, che consente alle imprese la piena deducibilità di tutte le erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato, delle regioni, degli enti locali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute, per la realizzazione di interventi nel campo dell'arte e dello spettacolo. Un provvedimento atteso da lungo tempo, ma non privo di lacune: innanzitutto, vengono favoriti gli investimenti delle imprese ma non quelli dei privati cittadini (che all'estero, in particolare nei paesi anglosassoni, sono decisivi per il finanziamento delle attività culturali); in secondo luogo, "il metodo scelto per evitare che si superi il tetto prestabilito di minori entrate per l'erario ha impedito l'effettiva utilizzazione del provvedimento da parte delle imprese e, soprattutto, dei beneficiari", fa notare il notaio Enrico Bellezza, consigliere del ministro Urbani per le fondazioni culturali e le incentivazioni fiscali, in un intervento pubblicato dall'Osservato-rio impresa cultura all'interno di un libro che ha per titolo: "La defiscalizzazione dell'investimento culturale". "Sono stati proprio i soggetti che ricevono le erogazioni che, nel 2001, anno di prima applicazione dell'agevolazione, hanno supplicato le imprese intenzionate a donare di farlo utilizzando altre vie normative": colpa del "farraginoso sistema di calcolo delle quote per riversare all'erario le imposte eventualmente eccedenti il tetto", precisa Bellezza. Il risultato è stato che, "a fronte di un monte complessivo previsto nella norma pari a circa 139 milioni di euro di donazioni, ne sono state effettuate nel 2001 circa 17 milioni", sottolinea il notaio nello stesso intervento. Il ben magro risultato ottenuto dalla nuova legge sulle donazioni può essere solo in parte giustificato dai suoi difetti (cui Urbani ha peraltro cercato di porre -almeno in parte - rimedio con un decreto ministeriale che amplia la platea degli aventi diritto alle donazioni e inserisce, tra le erogazioni liberali, quelle per le quali il beneficiano ringrazia pubblicamente colui che le ha fornite). "In linea teorica, la normativa italiana sulle donazioni non è poi così inadeguata", sostiene la Bondardo, che cita a sostegno di tale tesi gli autorevoli pareri raccolti nel libro sulla defiscalizzazione nonché nel forum, dedicato al medesimo tema, che si è tenuto - sempre per iniziativa del Sistema impresa e cultura - sabato scorso a Napoli, in una giornata che ha visto anche la premiazione del concorso per le imprese che investono in cultura (il riconoscimento principale è andato all'Azienda ospedaliera Meyer di Firenze). "Le leggi, anche se migliorabili, ci sono", continua la Bondardo. "Ora bisogna applicarle, semplificandole e comunicandone l'esistenza. Sarebbe anche opportuno che le imprese si dotassero di bravi fiscalisti. Quanto all'insidia del tetto massimo di costi che l'erario può sopportare, secondo me è un falso problema: i benefici, per le società che ricevono donazioni, sono talmente considerevoli da rendere poco oneroso l'obbligo di accantonare, in attesa del computo finale, una parte delle somme ricevute". D'altra parte, la necessità di restituire fondi si porrebbe solo se le donazioni superassero il tetto stabilito dal fisco - il che significherebbe che i mecenati hanno profuso denari a piene mani. Nel 2001, purtroppo, si è andati ben lontani dal raggiungere tale obiettivo, che rimarrà improponibile se gli incentivi fiscali non saranno sostenuti da un'opera di sensibilizzazione a largo raggio. "Negli Stati Uniti", chiosa l'ideatrice del Sistema impresa cultura, "chi non dà risorse alla comunità è considerato egoista e guardato con disprezzo; da noi non è affatto così, almeno per ora". Nonostante gli avvicinamenti registratisi negli ultimi anni, cultura e impresa rimangono territori separati: "I pregiudizi reciproci da superare sono ancora tanti".