Caro direttore, non vorrei continuare il ping-pong con Maria Serena Palieri che mi pone un'esplicita domanda, anche se io ho già spiegato che non ho mai ritenuto interrotta la mia esperienza di Soprintendente. Tanto che, quando un magistrato, su denuncia di un esponente dell'estrema destra di Padova, aprì l'inchiesta sulla mia aspettativa senza stipendio, il Ministero, nel prenderne atto, attraverso l'Ufficio procedimenti disciplinari, stabilì come unica misura una sospensione (sic!) di 15 giorni, sottolineando «gli indiscutibili meriti scientifici dell'interessato e il vivo e sincero interesse, sempre e comunque dal medesimo manifestato nei confronti della tutela del Patrimonio culturale italiano». D'altra parte, è questo il senso dell'istituto dell'aspettativa, che consente a chi è eletto in Parlamento, o ad altra funzione di rappresentanza, di non perdere il proprio ruolo e quindi il collegamento con il proprio mestiere di origine. Inutile ricordare i casi dei «professori» Aldo Moro, Francesco Cossiga, Romano Prodi, Giuliano Amato, Marcello Pera, Oliviero Diliberto, Alessandro Bianchi. Non ritenendo diversa la carriera nell'amministrazione dei Beni culturali da quella universitaria, ribadisco che, se un professore associato diviene parlamentare, non rinuncia a un concorso per diventare Ordinario. Insisto, inoltre, sulle affinità, perfino identità, salvo il maggior peso politico, tra la funzione di Sottosegretario ai Beni Culturali o di Assessore alla Cultura (e ai Beni Culturali) di Milano e la funzione di Soprintendente, come dimostra anche il caso di Antonio Paolucci.(Ma, siccome mi avvicino alla fine della carriera, e non credo che il mandato di Assessore sarà più breve di cinque anni, per questo non mio «né prospettiva né desiderio» di tornare nell'amministrazione per svolgere compiti affini con minori possibilità di azione). È la logica alla quale, fin dal concorso «C3 super», automatico e interno, mi richiamò la segreteria del ministero che mi indicò allora, come in questa occasione, l'esistenza del concorso. Convenni, allora come oggi, sulla logica del suo suggerimento. Difendere la propria identità di lavoro, anche virtuale (pensi la Palieri a Spadolini) non è «perdere tempo». Quanto alla questione personale (ma non tanto se essa era il segnale di un concorso così discusso: a proposito, la Garibaldi mi dice che non ha presentato lo stesso documento che non ho presentato io dichiarandone implicitamente l'esistenza, per lei, come per me, in quanto l'anno di specializzazione era indispensabile per partecipare al primo concorso che io ho sostenuto e vinto, molto prima di lei, nel 76), non l'avevo ritenuta sufficiente per montare lo scandalo, pur avendo avuto il desiderio di parlarne ai lettori de «II Giornale», come farò, per smentire la Palieri su mie reticenze, inesistenti come il conflitto di interesse, lunedì prossimo. On. Vittorio Sgarbi Assessore alla Cultura Comune di Milano