TRA LE liberalizzazioni necessarie e indispensabili, meritevoli di un nuovo intervento di Pier Luigi Bersani, perché il ministro per lo Sviluppo Economico non decreta l'abolizione dei concorsi pubblici? I tribunali non si occuperebbero più degli infiniti ricorsi degli esclusi e dei bocciati, a tutto vantaggio della giustizia ordinaria. Gli "aspiranti" candidati non perderebbero più il loro tempo. L'ultima querelle riguarda un concorso per dirigenti storici dell'arte indetto dal ministero per i Beni e le Attività Culturali guidato da Francesco Rutelli. Noti soprintendenti, in servizio, hanno partecipato alla selezione e sono stati bocciati: ma il titolare del dicastero -secondo quanto denunciato dalla Uil - ha intenzione di nominare a un' alta dirigenza proprio una delle candidate respinte. A che servono allora i concorsi? Cancelliamoli definitivamente, introducendo la chiamata diretta a ogni livello della pubblica amministrazione, valutando i titoli e adottando il criterio della territorialità. Il settore dei beni culturali, poi, è particolare: le conoscenze si tramandano attraverso le generazioni, da padre a figlio, tanto che non mancano alcune dinastie di archeologi e restauratori che da secoli occupano le stesse "poltrone", universitarie e delle belle arti. E nessuno si lamenta di questo, anzi: per l'Italia è un vanto, visto che si tratta di famiglie che nel corso del tempo hanno saputo "costruire" una rete di rapporti internazionali utilissima anche alle istituzioni per le quali lavorano. Abolire i concorsi pubblici non è uno scandalo: al contrario, per quanto riguarda i titoli permette di valorizzare il ruolo degli atenei (a che serve la laurea, se dopo bisogna ricominciare da capo con un'altra selezione, come se gli anni passati all'università fossero da buttare?) e degli ordini professionali (perché chi ha superato con successo l'esame di abilitazione all'ordine degli architetti, o degli ingegneri, deve essere sottoposto all'umiliazione di un'altra prova per entrare nell'ufficio tecnico di un ente locale, e magari solo per un contratto a tempo determinato?), eliminando le storture di un sistema che ormai nessuno ha più il coraggio di difendere. Per la territorialità, poi, il criterio è valido anche per i lavori che non richiedono particolari competenze né titoli accademici, ma praticità e voglia di lavorare: che senso ha assumere un bidello che abita a cinquecento chilometri di distanza da una scuola, quando dietro l'angolo c'è un disoccupato disponibile? Così si direbbe basta anche agli infiniti tentativi di corruzione nei confronti dei commissari d'esame, oltre che alle complicate scelte degli stessi, degne di una cronaca da Bisanzio.