Rispondo a Maria Serena Palieri, che riferisce della mia non ammissione a un concorso per dirigenti storici dell'Arte, con una rivelazione: le prime righe del mio articolo sulla questione, apparso sul Giornale di lunedì 14 agosto, sono state ritoccate forse perché si preferiva non far conoscere che la posizione da me contestata era stata anticipata di un giorno proprio dall'Unità. Aprivo, infatti, in questo modo: «L'Unità di sabato infilzava, senza rispetto del merito, Vittoria Garibaldi, soprintendente per i beni architettonici e artistici dell'Umbria. Ma spiace ritrovare i medesimi argomenti sul Giornale di ieri». Difficile resistere alla tentazione di evocare un luogo comune come il «conflitto di interesse», perfino «nello scrivere», come accusa la Palieri. Difficile farle intendere che, all'indomani della mia esclusione dal concorso, qualche mese fa, il mio primo impulso fu scrivere un fondo per il Giornale, e che vi rinunciai proprio per non farne una questione troppo personale. Sbagliai. Perché, come insegna Montaigne, forse non abbastanza letto da Palieri e Cerasoli, l'umanità è fatta di casi personali; e, se voglio parlare dell'uomo, devo parlare di me stesso. Se tutta la vita si lavora per tutelare il patrimonio artistico dalle minacce di cattivi amministratori, non avendo mai al fianco i sindacalisti che oggi protestano contro una brava funzionaria e un ministro che ne riconosce il merito, non si capisce perché, prestati alla politica, e con particolari nessi con la cultura, si dovrebbe rinunciare alla propria funzione originale, o addirittura «disprezzare un posto di dirigente ministeriale». E risulta alla Palieri che avvocati, professori, magistrati e medici rinuncino alla carriera durante la loro attività politica? Partecipare a un concorso è una forma di umiltà e di rispetto di un lavoro di cui quotidianamente riproduco il metodo e che so perfettamente riconoscere nei miei colleghi migliori, le cui qualità si manifestano nonostante la burocrazia deificata da Cerasoli e Palieri, i quali per difendere un concorso travolto dai ricorsi, tra i quali il mio, legittimano la mia non ammissione e in essa trovano la ragione della mia polemica, tentando con ciò di screditarne il significato. Come dire che io non avrei titolo a parlare per conflitto di interesse. Dimenticano che il mio interesse nella questione è assolutamente formale, non avendo io né prospettiva né desiderio di tornare nell'amministrazione, di cui sono stato ai vertici come Sottosegretario, con un ruolo attivo; ma che, fino al momento, molto vicino, della quiescenza, ho ritenuto di dover dare seguito lineare alla «carriera», partecipando ai rarissimi concorsi che il ministero ha istituito. Ecco allora la precedente domanda per il livello cosiddetto «C3 super», concorso interno superato nonostante l'errore formale che la Palieri ricorda e di cui io non ero a conoscenza. Ma, certo, ulteriore argomento per fortificare il mio ricorso per essere stato escluso, ora, per lo stesso errore. Ciò che mi irritò subito, convincendomi delle anomalie del concorso, che la nomina della Garibaldi da parte di Rutelli ha evidenziato, era proprio il formalismo burocratico, assolutamente privo di logica, e quindi emendabile con una semplice integrazione, che ha portato alla mia esclusione dal concorso. Proprio Antonio Paolucci, uno dei membri della Commissione di concorso, oltre a conoscere da sempre i miei studi, a essere stato mio Soprintendente a Venezia e a Verona e mio «dipendente» con mille questioni affrontate insieme quando io ero Sottosegretario, sa perfettamente che il documento comprovante l'anno di Specializzazione (il documento che non avrei presentato) è del tutto inessenziale, e, di fatto, implicito, perché non si poteva essere ammessi al primo concorso che io vinsi nel 1976, con i complimenti dello stesso Paolucci, senza avere, oltre alla Laurea, un altro anno, il quinto, di corso di Specializzazione. Che io avevo frequentato, sostenendo otto esami. La questione, dunque, è non la mancanza di un documento, come evidenzia il mio ricorso, ma che, senza quell'anno integrativo, io non avrei potuto partecipare e vincere il primo concorso ed entrare nell'amministrazione del Ministero. Come si vede, è una questione di lana caprina, la lana preferita da Cerasoli e Palieri, così affezionati a moduli e carte. Conta poco per loro aver lavorato, essere bravi, avere assunto funzioni direttive per le necessità dello Stato, dando e facendo esperienza, come tutti i bravi funzionari che ho sopra ricordato, loro sì ammessi, e poi bocciati. Certo sarebbe stato difficile per i tre commissari bocciare anche me, con soddisfazione di Cerasoli e Palieri. Per evitare l'imbarazzo, era meglio non ammettermi. Ciò che piace, infine, è che, dopo anni e scandali e denunce sui metodi dei concorsi, essi siano oggi esaltati come esempio per i giovani. A noi piaceva di più ricordare i nomi dei non ammessi o dei bocciati ai concorsi. Quello di Giacomo Debenedetti, per esempio. O di Giorgio Colli. O di Massimo Mila. O, per uscire dai nostri confini, di Walter Benjamin. Ma, dimenticavo, io sono dannunziano. Assessore alla Cultura Comune di Milano L'onorevole Sgarbi conferma ciò che io ho scritto: ha fatto domanda per il concorso in questione e non è stato ammesso. Questo, i suoi lettori del «Giornale», non lo sanno. Non sono stati informati, cioè, del fatto che la sua vis polemica contro il concorso non era del tutto obiettiva, scevra da un «interesse» personale. In genere, se proprio si ritiene essenziale intervenire su una materia in cui si è implicati la strada da seguire c'è ed è semplice: basta, in apertura di articolo, rendere edotti i lettori del proprio coinvolgimento e poi, fatto questo gesto di onestà giornalistica, passare alle argomentazioni più oggettive. Così il lettore avrà modo di giudicare se le stesse argomentazioni sono obiettivamente convincenti o meno. Una curiosità personale: se, come ci scrive, l'onorevole Sgarbi non ha «né prospettiva né desiderio» di tornare nell'amministrazione, perché mai perde il suo tempo presentando domande ai concorsi? m.s.p.
Un concorso di nome Sgarbi
L'autore risponde a Maria Serena Palieri, che ha riferito della sua non ammissione al concorso per dirigenti storici dell'Arte. L'autore afferma di aver aperto il suo articolo con una frase che avrebbe potuto essere considerata offensiva, ma che era stata ritoccata. L'autore sostiene che la sua esclusione dal concorso è stata motivata da un errore formale, non da un conflitto di interesse. L'autore afferma di aver partecipato al concorso per dimostrare la sua umiltà e il suo rispetto per il lavoro degli altri. L'autore sostiene che la Commissione di concorso ha commesso errori formali e che il documento comprovante l'anno di Specializzazione è stato richiesto, ma non è stato necessario.
Artista / Persona
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Luogo