Quale ruolo va riconosciuto alle Carte internazionali che sono state scritte fino ai nostri giorni (Atene, Venezia, Cracovia)? Direi una funzione duplice: la prima politica, l'altra costituzionale, o forse è meglio dire «para-costituzionale». L'elemento politico va riscontrato nel patto costitutivo alla base di ciascuna Carta: rappresentanti di diverse nazioni, a nome di una comunità internazionale che vorrebbe interpretare un'idea evoluta di civiltà, s'impegnano a rispettare determinati principi. L'elemento costituzionale sta nel fatto che questi principi dovrebbero essere molto simili alle costituzioni, ispirando specifiche normative e legislazioni nelle nazioni che riconoscono di fatto il valore politico delle Carte. Entrambe queste funzioni hanno avuto riscontri vasti e inequivocabili; in Italia, in particolare, le Carte sono state accompagnate, qualche volta perfino anticipate, da provvedimenti di vario genere per i quali è lecito dire che esse siano state totalmente adottate dallo Stato. Perché, allora, è ancora possibile che istituzioni pubbliche promuovano interventi palesemente contrari ai principi di quelle Carte, pur avendo essi trovato riconoscimento nella nostra legislazione? Perché è stato possibile che l'architetto Richard Meier agisse contravvenendo non dico i princìpi della Carta di Cracovia, la più recente, ma addirittura quella di Atene, dimostrando che la sua cultura in campo stori-co-cons3rvativo si è fermata molto prima del 1931? Perché i suoi committenti non hanno preteso precise garanzie? Perché probabilmente avrebbero dovuto chiederle anche a se stessi, e non sarebbero stati in grado di darle. Così come avrebbero . dovuto fare a Venezia, quando l'emerito architetto contemporaneo Aldo Rossi poteva mettere mano alla ricostruzione della Fenice. Lo stesso Rossi che era capace di dichiarazioni del tipo: «Se Roma perde un monumento è un dramma, ma Venezia non è città di grandi monumenti, è composta di piccoli episodi... Non mi sono mai-troppo interessato ai valori ambientali, è un concetto scenografico...» (intervista in Area, 1997). È evidente che chi si esprime in questo modo rivela un'impreparazione culturale e professionale nell'affronta-re un campo specifico per il quale ammette di non avere interesse. È tollerabile un fatto del genere? No! Vuoi dire uscire fuori dal modello di civiltà storico-conservativa che hanno indicato le Carte del Restauro. Bisogna, allora, che amministratori e architetti dichiarino preliminarmente la conoscenza e il rispetto dei principi delle Carte del Restauro, sotto la propria responsabilità. Bisogna che ciascun intervento su un contesto storico sia vincolato da un piano specialistico finalizzato alla sua tutela ottimale. C'è bisogno di una nuova Carta di Milano per estendere ovunque soluzioni così semplici, ma capaci di risolvere contraddizioni non più sopportabili?