Uno spot. L'ennesimo che sfrutta, da una parte il patrimonio artistico di Firenze e dall'altra quel senso di colpa collettivo nei confronti delle opere d'arte alluvionate non ancora restaurate. Qualche giorno fa in Regione, in occasione della presentazione del programma delle iniziative per celebrare i 40 anni da quel maledetto 4 novembre 1966 - comprendenti anche il ritorno a Firenze di 500 «Angeli del fango» tra i 2000 contattati - , il capodipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha annunciato di aver firmato un nuovo assegno per il restauro di un'altra opera d'arte in qualche modo connessa all'alluvione. Il primo, infatti, era stato staccato lo scorso gennaio e ammontava a 250mila euro, appannaggio del recupero dell'Ultima cena di Giorgio Vasari. Stavolta la cifra è di 200mila euro, che serviranno - è stato annunciato con una certa enfasi - alla ripulitura del David di Donatello custodito nel Museo Nazionale del Bargello. Bronzo simbolo del genio fiorentino del Rinascimento, la scultura è stata scelta per il suo ruolo di «testimone» dell'immane tragedia e perché ai suoi piedi, essendo collocata al primo piano del museo (quindi al sicuro dalle acque impazzite dell'Arno), furono temporaneamente depositate le opere del pianterreno. L'iniziativa di Bertolaso è encomiabile, non c'è dubbio, ma presenta alcuni aspetti discutibili. Prima di tutto perché per celebrare i 40 anni dall'alluvione poteva essere scelta un'opera d'arte veramente alluvionata. I depositi delle soprintendenze (ma anche della Biblioteca Nazionale, dell'Archivio di Stato, del Gabinetto Vieusseux, del Museo Ebraico e perfino di ciò che resta dell'antico Museo del Risorgimento) ne sono pieni. Bastava chiedere e i responsabili dei vari enti si sarebbero fatti in quattro per fornire una lista aggiornata - e ancora troppo lunga - di questa vergognosa eredità di fango. E con 200mila euro si poteva intervenire su diversi fronti. Il secondo aspetto, ancor più discutibile del primo, è l'irrefrenabile «voglia di apparire» che ha ormai contagiato ogni strato della società. In cambio di un assegno di 200mila euro si pretende di avere i riflettori puntati addosso, come le rockstar. E per raggiungere l'obiettivo si ricorre a Donatello e al suo David che, grazie al Cielo, 40 anni fa le acque dell'Arno non sfiorarono nemmeno. Però Donatello e la sua ammiratissima statua formano un binomio troppo appetibile per non essere utilizzato. Beatrice Paolozzi Strozzi, direttrice del Bargello, ne sarà felice, ma i responsabili degli Uffici Restauri dei vari enti coinvolti, un po' meno. Intanto fango, ragnatele e tarli (per non parlare di strati di guamo e polvere), svolgono il loro compito da 40 anni sorretti da un telaio di dimenticanze e disinteresse. Decisamente la ripulitura del capolavoro donatelliano non è così urgente. Solo che i soldi della Protezione civile sono pubblici e francamente sbalordisce la leggerezza con cui si allocano le risorse in un settore dove gli stanziamenti sono sempre molto parsimoniosi. All'indomani del 4 novembre 1966 si delineò una graduatoria di priorità degli interventi, in alcuni casi non secondo la gravità del danno bensì in base all'importanza dell'autore. Per questo motivo il Crocifisso di Cimabue da oltre 30 anni è tornato al suo posto mentre l'Ultima cena del Vasari attende ancora l'inizio della fase diagnostica per capire da dove inizierà il suo restauro. Quando Bertolaso, all'inizio dell'anno, staccò l'assegno per finanziarne il recupero, evidentemente non aveva idea delle condizioni dell'opera: pretendeva infatti che entro il 40 anniversario (il prossimo 4 novembre) tornasse nel Museo di Santa Croce. Inevitabilmente la sua richiesta, nell'ambiente, suscitò ilarità perché, considerato che ci vorranno molti anni (se non decenni) per il completo restauro della grande tavola, lo spot in quel caso non era riuscito. Il capodipartimento della Protezione civile poteva comportarsi da perfetto mecenate, firmando l'assegno senza pretendere niente in cambio. Per questo il David di Donatello, ieri testimone (da lontano) dell'alluvione di Firenze, oggi lo è dell'irrefrenabile e altrettanto dannosa voglia di apparire. Con buona pace di Barnardo Poccetti, di Giovanni Antonio Sogliani e dei tanti altri autori ritenuti di «serie B», i quali da 40 anni «attendono» che qualcuno si occupi del restauro delle loro opere alluvionate.