Quando scoppia un conflutto ricorrono tre pensieri. Primo: salvare pìù vite possibile. Secondo: la ricostruzione materiale e psicologica del Paese. E terzo: il significato storico di un'eventuale distruzione di monumenti e altri beni culturali. Ed è in difesa dell'eredità artistica e storica dei Paesi coinvolti nelle guerre che il professor Fabio Maniscalco, direttore dell'Osservatorio internazionale per la protezione del patrimonio culturale nelle aree di crisi, ha rivolto un appello ai governi di Israele e Libano, nonché all'Unesco, perché venga rispettata la Convenzione dell'Aja del 1954. Professore, cosa prevede questa Convenzione? «Sin dal preambolo introduttivo, gli Stati firmatari tra cui anche Libano e Israele riconoscono che i danni arrecati ai beni culturali di qualsiasi popolo del mondo costituiscono un danno al patrimonio culturale dell'umanità intera». Quale risposta si attende dal suo appello? «È giusto e doveroso pensare alle vite umane, ma nel diritto umanitario c'è anche il patrimonio culturale, artistico e religioso dei Paesi in lotta. Un patrimonio che è di tutti. Il mio è un invito a rispettare tutte le norme internazionali che potrebbero preservare il patrimonio culturale del Libano e di Israele. Paesi che, tra l'altro, vivono di turismo». A quali rischi sono sottoposti i beni culturali nelle aree di guerra? «Il pericolo maggiore è legato ai bombardamenti. Non si può sapere l'effetto che un ordigno potrebbe produrre qualora cadesse in prossimità di un monumento. Ma c'è un altro problema, molto frequente in Medio Oriente: il traffico illegale di beni archeologici, grazie al quale il terrorismo internazionale di qualunque matrice si procura armi, denaro o altro. Non dimentichi che il 30 luglio Cana è stata teatro dell'eccidio che ha provocato 60 morti, fra cui 37 bambini. Situata nel territorio libanese, non va confusa con la Cana di Galilea citata dal vangelo di Giovanni dove si racconta del miracolo dell'acqua mutata in vino in occasione di un matrimonio che si trova a nove chilometri a nord di Nazaret, sulla strada per Tiberiade. chiamo che molti affreschi presenti nelle cave dei Suddha di Samivan, distrutti dai Talebani, sono stati prelevati e portati in Pakistan. Serve più controllo». In concreto, come si difende il patrimonio culturale dei Paesi in conflitto? «La difesa passa dal rispetto degli impegni internazionali presi. La Convenzione a cui ho richiamato Libano e Israele prevede che tutti i beni culturali e legati alla religione dei Paesi in lotta siano segnalati in modo ben visibile dall'alto e lateralmente con un apposito simbolo: lo scudo blu. In realtà non viene quasi mai esposto. Eppure un articolo del trattato del '54 prevede che gli eserciti firmatari siano dotati di un corpo militare specializzato nel settore dei beni culturali, da impiegare nelle aree di guerra. Insomma, il diritto internazionale c'è. È ora di rispettarlo».
Non mettete l'arte nei vostri cannoni
Il professor Fabio Maniscalco, direttore dell'Osservatorio internazionale per la protezione del patrimonio culturale nelle aree di crisi, ha rivolto un appello ai governi di Israele e Libano, nonché all'Unesco, per rispettare la Convenzione dell'Aja del 1954. Questa Convenzione prevede che i beni culturali dei Paesi in lotta siano segnalati con un simbolo blu e che gli eserciti firmatari abbiano un corpo militare specializzato nel settore dei beni culturali. Il professor Maniscalco ha sottolineato che il patrimonio culturale è di tutti e che è giusto pensare alle vite umane, ma anche al patrimonio culturale e artistico dei Paesi in lotta.
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