La discussione che si è aperta sul recupero degli edifici storici può solo essere utile e fare un gran bene alla città. Anche il tono, diretto e schietto, usato da chi ha già manifestato le proprie convinzioni, mi piace e richiama altrettanta franchezza. La mia opinione conclusiva è che Piacenza compirà significativi passi avanti lungo la strada del recupero urbano per il semplice motivo che questo tema è connaturato con i piacentini e con gli amministratori che essi hanno espresso da molti anni a questa parte. Nel 1975 il sindaco Trabacchi impedì l'abbattimento delle case popolari di via Capra imponendone la ristrutturazione insieme al quartiere di Cà Torricelle ed anche le amministrazioni successive fecero la loro parte tant'è che l'Ospedale "nuovo" non si è realizzato alla Besurica ma nel luogo che consente l'utilizzo della vecchia struttura; la Caserma della Neve è diventata sede di una prestigiosa università; l'ex macello ha un destino di recupero davanti a sé come sicuramente ricorda bene Vaciago; ed ancora, nella cittadella giudiziaria è aperto e pienamente attivo un cantiere, mentre il bastione di porta Borghetto con un tratto significativo delle mura farnesiane è stato completamente recuperato, e questo solo per dire delle cose che ritornano alla memoria per prime, ma ce ne sono moltissime altre. A guardare con occhi sinceri la situazione ci si accorge che il recupero è già in atto e procede producendo, da tempo, buoni risultati. Peraltro Fiori, Ferrari e Vaciago (mi riferisco a loro perché oltre che a conoscerli personalmente ne apprezzo grandemente il valore culturale e la profonda onestà intellettuale ) sanno bene che il " tutto e subito " non è realistico e, nemmeno lo pretendono quando chiedono al comune di assolvere al proprio ruolo che in alcuni casi è di intervento diretto ed in altri casi invece dovrebbe essere più di "regia" di questo complesso processo. Denunciare le situazioni di stallo o di incuria è, già di per sé un fatto importante oltre che il priMO passo per avviare l'opera di riutilizzo che si richiede ed il rigore con cui le tre personalità che ho richiamato la stanno svolgendo ha già ottenuto, come risultato, di rimettere al centro dell'attenzione, e dell'iniziativa amministrativa questo importante tema del recupero dei grandi contenitori storici. Tuttavia ci sono metodi di denuncia ancora più forti e cogenti, come quelli adottati dal Senatore Alberto Spigaroli che pur non contrapponendosi mai al nuovo, ha personalmente faticato le proverbiali 7 camicie per Dare a Piacenza ed alla cultura mondiale la " Reggia " incompiuta. Sono convinto che chi pensa di collocare palazzo uffici in un contenitore già esistente, in realtà compie un atto politico -più che legittimo naturalmente -ma non allarga il consenso intorno al recupero, anzi, forse rischia di indebolirne i pilastri culturali di sostegno per l'evidente ragione che nessun singolo edificio riesce a vivere se non all' interno ed in relazione con l'intero sistema urbano - territoriale. La città storica costruita a partire da 22 secoli fa non è assolutamente più in grado di contenere tutte le funzioni che in essa si assommavano. Ed infatti fra conventi che si chiudevano e opifici che, correttamente venivano spostati fuori dal centro; fra edifici che si svuotavano e realtà commerciali che per essere competitive debbono assumere dimensioni più ampie, la città è cambiata fino al punto che il traffico, oggi, può minare e compromettere l'esistenza del suo cuore antico. Il primo passo per andare verso il recupero di ogni singolo edificio consiste nel bloccarne il degrado, attraverso opzioni che non sono ancora di restauro ma di politica urbanistica a pieno titolo. Per questo occorre procedere all'assunzione di misure di decongestionamento del traffico, anche e proprio pensando al riuso dei contenitori storici, magari muovendosi nel senso indicato da Vaciago l'anno scorso con l'accattivante proposta di togliere progressivamente le auto in sosta. Per questi motivi diventa improbabile la collocazione di palazzo uffici all'ex ospedale militare mentre diventa assai più funzionale - anche pensando al recupero - la sua collocazione nel mezzo della zona più accessibile della città, internamente alla tangenziale, lambito dalla direttrice commerciale che sarà via Dante ed adiacente al nuovo asse di penetrazione costituito da corso Europa. Siamo sinceri! A Piacenza, nel perimetro urbanizzato, che si può, senza sforzo percorrere in bicicletta, non esiste nessun posto che si possa spregiativamente definire " casa del diavolo ". Ma a casa del diavolo rispetto a cosa? Rispetto al centro storico ovviamente che però occorre ricordare, nelle città, non sempre corrisponde con il baricentro della vita e degli interessi reali dei cittadini. Di più; togliere funzioni terziarie, attualmente presenti in eccesso, può rappresentare addirittura una pre-condizione di vita del centro da andrebbe [SIC] arricchire in termini di residenza a scapito degli uffici che, ora, ne decretano la chiusura al termine di ogni giornata lavorativa. In ogni caso gli estensori del Piano Regolatore Generale (Campos - Venuti, Oliva e Maccagni) che insieme agli amministratori e sulla base di un intenso e robusto rapporto con la città e le sue multiformi espressioni (possiamo starne certi) non erano animati da desideri di persecuzione così forti da infliggere ai piacentini l'obbligo di andare a casa del diavolo per espletare le loro pratiche amministrative. Non riesco poi ad accettare il fatto che le nuove realizzazioni edilizie siano banali o brutte per definizione. Anche sorvolando sul fatto che nemmeno le periferie antiche o medioevali non erano poi un gran che, non si può brutalizzare la realtà fino a questi eccessi. La nostra epoca ha le strade ed i ponti che sono necessari al tempo presente così come i romani avevano costruito le vie di comunicazione adeguate ai loro bisogni, che spesso erano i bisogni e le necessità dei loro eserciti.E se poi la nostra epoca sarà rappresentata (e ricordata nella storia dell'Umanità) da un microchip o da una navicella spaziale invece che da un Colosseo, potremo sempre continuare ad ammirare il grandissimo monumento, senza pensare, con angoscia, agli scopi per cui era stato costruito. Naturalmente, tornando al recupero degli edifici storici, credo si possa accelerarne il cammino proprio perché non si parte da zero e perché, finora, più o meno celermente, pubblico e privato hanno sempre cercato di fare del proprio meglio in questa direzione. E lo hanno fatto senza disturbare i giudici che, contrariamente a quello che pensa Vacia-go non mi sembrano affatto animati da spirito persecutorio nei confronti di Berlusconi quanto piuttosto tentano, con criteri di egualitarismo, di amministrare la giustizia nei termini previsti dalla Costituzione. In buona sostanza, l'immagine che si ricava osservando la città in questa fase della sua vita è bella e interessante perché discutendo si lavora, ed il confronto avviene non sotto naftalina ma nel vivo di un cantiere pieno di voci e di rumori che rappresentano insieme ad una garanzia di pluralismo anche la certezza della bontà delle scelte. E non è generico attivismo quello che sta producendo il comune ma un lavoro vero fatto di decisioni e di atti che introdurranno trasformazioni significative nel tessuto urbano (piano traffico e viabilità), nella qualità della vita (attuazione del Piano Regolatore), nei livelli culturali (terre verdiane). Ernesto Carini è Consigliere comunale DS a Piacenza