La classe musicale non è acqua. Ovvero: come un organo idraulico, incastonato in una delle più suggestive fontane di Villa d'Este, a Tivoli, compete persino col genio di Franz Liszt. La Fontana dell'Organo (tornata a suonare, nel programma di restauri che s'inaugurano mercoledì 18 giugno col ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani) era già fuori uso quando Franz Liszt passava qui la villeggiatura: cullato dal vento, che faceva da basso alle melodie degli uccelli. Ma in cima al Palazzo che, con la villa, fu onore e vanto del Cardinale Ippolito II d'Este (1509-1572), ospite di un altro cardinale e principe, Gustav Hohenlohe, Liszt occupava un quartierino con studiolo rotondo la Stanza delle Rose dove aveva sistemato il pianoforte personale. Suonava e fumava il sigaro, annerendo la parete dipinta di rose su fondo azzurro e il soffitto affrescato a pergolato con uccellini. Qui, tra il 1867 e il 1882, Liszt si sentiva tiburtino, ghiotto di "pizzutello", l'uva dei colli di Tivoli. Forse per questo, il musicista chiamato "Mefistofele abate" dall'amico Gregorovius, ricambiò l'ospitalità componendo Giuochi d'acqua a Villa d'Este , per piano. E fu qui che, il 30 dicembre 1879, quasi settantenne, tenne uno dei suoi ultimi e più affollati concerti (di beneficenza). Era stato da poco inaugurato il tram a vapore, da Roma, e se ne dovettero moltiplicare corse e vagoni per accontentare un pubblico trabocchevole. Liszt è ricordato da una targa, con ritratto in bassorilievo, non meno solenne di quella dell'Unesco che riconosce a Villa d'Este la qualifica di "patrimonio mondiale". Lì accanto, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, è sepolto il primo padrone di casa, Ippolito, artefice del "giardino delle meraviglie", che in pieno Rinascimento rievocava i giardini di Babilonia e s'ispirava agli scavi della vicina Villa dell'imperatore Adriano. Chiesa e convento facevano parte della residenza assegnata al cardinale durante il conclave del 1550, quando divenne governatore di Tivoli. Poca cosa per lui che figlio di Lucrezia Borgia, a dieci anni arcivescovo di Milano, a trenta cardinale, prima di essere mecenate di Ariosto, Tasso e Cellini voleva governare la Chiesa, da papa, come nonno Alessandro VI. Non ci riuscì mai, pur brigando, come usava allora, con trame e protezioni (a cominciare dal re di Francia, Francesco I, suo parente). Però, Ippolito d'Este contribuì con i suoi "voti di scambio" a far eleggere Paolo IV, Papa Carafa (autore dell' Indice dei libri proibiti ), dopo che il predecessore Marcello II era misteriosamente spirato, a venti giorni dalla nomina. Fu proprio Paolo IV, sospettoso per le frequenti visite di Ippolito (che magari voleva qualche contropartita) ad esiliarlo: accusato di simonia. Al figlio di Lucrezia Borgia non restò che consolarsi con la Villa intestata al suo casato. La fece più bella delle altre sue dimore (a Fontainbleau, per esempio, o al Quirinale prima che divenisse residenza papale). Spese ogni suo avere e s'indebitò, non bastandogli una rendita di 120.000 scudi per fare di Villa d'Este il capolavoro in cui l'arte supera la natura, come si espressero gli architetti del tempo, non meno dei viaggiatori ed ospiti che ne restarono stupefatti. Montaigne (vagamente somigliante al ritratto d'Ippolito) la paragonava all'incanto di Pratolino (vicino Firenze). «Fu una novità assoluta e tutti venivano a Tivoli», dice la direttrice della Villa e dei restauri, Isabella Pasquini Barisi, il cui ufficio sta nell'appartamento di Liszt (e odora ancora di tabacco). Chi non ha lasciato tracce è la mamma del cardinale. Fra le maioliche della grotta di Diana si legge anche il nome di una Lucrezia, attribuibile a qualche divina bellezza della mitologia tiburtina, più che alla figlia di Papa Alessandro VI. La Lucrezia sorella di Cesare Borgia era già morta da più di trent'anni quando i raffinati marchingegni del figlio Ippolito cominciarono a risuonare tra la verzura. Soprattutto nella Fontana dell'Organo, già detta del Diluvio: dove l'aria spinta dall'acqua compie il miracolo della musica, nel primo organo idraulico dell'epoca moderna. Ricorda le "macchine spiritali" di cui parla Erone d'Alessandria, conosciuto dal principale architetto di Villa d'Este, Pirro Ligorio, che del cardinale era pure antiquario di fiducia. Anche nella Fontana della Civetta il cui apparato scenico è stato modernamente rivisitato si muovono meccanismi musicali: cinguettio d'uccelli che tacciono all'improvviso, non appena la civetta si mostra, e poi ricominciano, deliziando satiri e putti, fra rami d'ulivo. Con l'inaugurazione di mercoledì prossimo la Fontana dell'Organo farà riudire la sua musica dopo più di due secoli. Il "rullo" azionato dal meccanismo idraulico (come un carillon o un vecchio organetto) è programmato con quattro brani d'epoca rinascimentale: tra cui un "saltarello" del 1551 e una "romanesca" del 1575. Risuona così uno splendore che l'abbandono sembrava aver cancellato per sempre: grazie ai lavori della Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio del Lazio; in un ambiente che, per la sola manutenzione, comporta una spesa di circa 800.000 euro l'anno; mentre il restauro finora svolto è costato venti miliardi di vecchie lire. I lavori riguardano anche l'interno del Palazzo, su due piani, le cui sale affrescate saranno destinate ad usi culturali. Accanto all'aspetto monumentale, sono stati fatti interventi di servizio: segnaletica didattica, accessibilità per disabili (un ascensore e piccoli automezzi elettrici nel parco, oltre a una saletta di pronto soccorso), un sistema multimediale collegato a maxischermo, spazi d'accoglienza (compreso un ristorante in terrazza, sopra il book-shop). «La particolarità dei lavori di ripristino riguarda soprattutto gli impianti idraulici: per convogliare l'acqua dell'Aniene, da riversare nelle cisterne che alimentano circa tremila zampilli», spiega l'architetto Costantino Centroni, da due anni e mezzo soprintendente, dopo aver ricoperto lo stesso incarico nel Molise e in Umbria durante il terremoto del '97). Ed è ancora il vecchio Aniene, il Teverone come si chiamava ai tempi di Montaigne (del quale riportiamo a parte una descrizione di Villa d'Este, dal suo Viaggio in Italia ), ad alimentare fontane e zampilli, con le loro musiche idrauliche: da un condotto sotterraneo, scavato per duecento metri nella roccia. E' ancora il Teverone a rifornire le peschiere, al centro del parco. Davano pesci alla mensa del cardinale. Il quale, pur di realizzare il sogno del "giardino delle meraviglie", non esitò a sventrare un'intera contrada dell'antica Tivoli. Buttò giù perfino qualche chiesa e l'ospedale, dopo essersi intestardito nella Villa: da quando, nel settembre 1550, prese trionfale possesso del "governatorato". Entrò a Tivoli accompagnato da 250 nobili. Lo accolsero cento cavalieri tiburtini. E Ippolito scoppiò a piangere quando uno di loro, in veste di Tiburto (mitico fondatore della città), gli recitò in versi l'elogio di benvenuto: «Di fieri artigli altrui questo mio fondo Sia dal tuo sguardo pio difeso et mondo». Il suo protetto Ariosto aveva già cantato. «Oh gran bontà de' cavallieri antiqui!».