Una delle domande del famoso questionario di Proust - versione capitalista - è: cosa faresti se avessi un milione di dollari? Nell'ultimo anno, molti di quelli che se lo potevano permettere hanno risposto con i fatti. E si sono comprati un quadro. A quanto pare i fortunati disposti a sborsare cifre da capogiro per opere d'arte sono parecchi: in tre soli giorni, tra il 9 e l'11 maggio, a New York le case d'asta Sotheby's, Christie's e Phi]Iips hanno venduto 77 pezzi d'arte moderna e contemporanea che hanno superato ognuno il milione di dollari. "Siamo nell'anno dei record" è lo slogan del primo semestre 2006 per il mercato dell'arte, che ha guadagnato quasi il 50 negli ultimi dodici mesi. Insieme, le sole Sotheby's e Christie's hanno incassato nei primi sei mesi del 2006 3,8 miliardi di dollari. Questo boom, che riguarda soprattutto l'arte moderna e contemporanea, ha assunto proporzioni tali da far interrogare gli esperti. In Italia la palma è andata a Giambattista Tiepolo, il cui "ciclo Sandi" ha segnato il 30 maggio da Sotheby's a Milano il prezzo più alto mai pagato per un'opera d'arte all'asta nel nostro Paese: 5.897.250 euro. Ma se i cosiddetti "Old Masters" (Antichi Maestri) stanno andando benissimo, un abisso separa i prezzi dell'arte antica da quella moderna e contemporanea. E possibile che Maurizio Cattelan valga in sede d'asta dieci volte un ritratto di Lorenzo Lotto, o che l'americano Jasper Johns arrivi con una delle sue "Flags", bandiere a stelle e strisce, molto vicino a un intero ciclo del Tiepolo? A Sotheby's Italia si relativizza la novità: «Non c'è da stupirsi che l'arte contemporanea tiri più di quella antica: succede così in ogni epoca, una volta i moderni-contemporanei erano Tiziano e Caravaggio, oggi sono Picasso e Cattelan». Per poi ammettere, però: «L'arte moderna e contemporanea è la star del momento». Ma chi sono i compratori disposti a sborsare queste cifre? Risponde Renato Diez, esperto di mercato della rivista "Arte" e professore di Economia dell'Arte all'Accademia di Venezia: «Ci sono i grandissimi industriali che cercano la loro Monna Lisa, come Lauder. Ma ognuno compra a modo suo. Pinault, il francese proprietario di Palazzo Grassi, si è costruito una collezione a colpi di "top price", acquistando il meglio di ogni asta o dei galleristi più famosi. Altri, come l'inglese Charles Saatchi, invece, tengono d'occhio le nuove leve, comprano in blocco la loro produzione e li lanciano con operazioni di puro marketing. Altri ancora comprano solo nomi già storicizzati - come il finanziere Eli Broad, che poi si ripaga la collezione "affittandola" in tournée ai musei del mondo. Entrano in scena nuovi protagonisti, come i miliardari russi, o la generazione dei quarantenni americani». - A questi livelli non si può considerare l'arte moderna come un investimento che prescinde dalla cultura? In fondo, la rincorsa al capolavoro coincide spesso con momenti di crisi internazionale o di incertezze della Borsa. «In periodi di veloci mutamenti economici mondiali l'arte è considerata un bene-rifugio» spiega Diez. «In passato il fenomeno riguardava soprattutto l'arte antica, i cui prezzi hanno un'evoluzione più graduale e prevedibile. Negli ultimi 25 anni il suo mercato non è mai crollato. I prezzi dell'arte contemporanea invece sono cresciuti del 400 in 4 anni, ma è già accaduto (negli anni Ottanta e nel 1991-92) che ci fossero dei veri e propri crack. Per questo forse la teoria del bene-rifugio non spiega del tutto il trend di quest'anno». Ma come si spiega l'enorme differenza di prezzo tra l'arte antica quella contemporanea? «La disparità rimarrà» prevede l'esperto: «Ogni volta che si vende o si compra un Rembrandt, per esempio, ci si espone al rischio che nuovi studi lo riconoscano come falso, o lo attribuiscano alla sua bottega, facendone crollare il valore. E solo dall'Impressionismo in poi che abbiamo certificazioni affidabili sull'origine di un'opera. Certo i prezzi del contemporaneo sono stupefacenti, ma è inutile confrontare Tiepolo e Jasper Johns: quest'ultimo negli USA è una specie di icona che tutti vogliono possedere, non c'è museo che non lo rincorra. In America la pittura contemporanea è apprezzata da un pubblico vastissimo». I numeri in effetti confermano come la presenza di artisti viventi tra i"top price" delle aste sia passata dal 7 del 2000 al quasi 20 del 2005. A cambiare non è dunque il mercato dell'arte ma i suoi personaggi, dall'artista al mercante al collezionista. E spuntano nuovi milionari cinesi russi e giapponesi disposti a spendere cifre stupefacenti. Paolo Manazza, critico specializzato in economia dell'arte legge così queste quotazioni vertiginose: «Alcuni prezzi da capogiro sono dovuti al fatto che i nuovi attori della scena dell'arte hanno patrimoni giganteschi: un'opera molto desiderata non ha più alcun limite di prezzo, continuerà a salire finchè qualcuno la vorrà». Manazza, nel suo libro "Sulle finalità dell'arte dopo l'11 settembre" (ObarraO dedizioni), propone una originale interpretazione di questa fase del mercato: «Questa grande manifestazione d'interesse è partita nell'ottobre 2001, dopo gli attentati Usa: mentre tutti gli operatori del settore gridavano al disastro, le Italian Sales di Sotheby's e Christie's a Londra e New York registravano il 100 di venduto, nello stupore collettivo. È come se fosse sorto un desiderio di "social marketing" che sposta il denaro su prodotti culturali, capitali simbolici, anche da parte di banche, fondazioni e società finanziarie, sempre più presenti alle grandi aste. L'eccesso di relativismo culturale sta spingendo alla ricerca di nuovi valori fondanti, di un nuovo atteggiamento estetizzante. Credo davvero che l'arte sia l'unica salvezza dalla desertificazione del piacere. È anche la salvezza dell'Occidente, un territorio che pacifica capitalismo e fondamentalismo. Secondo questo punto di vista, le crescite di quest'arino non segnalano una bolla speculativa, bensì una nuova cultura dell'investimento. I miliardari di oggi, che siano giapponesi russi o cinesi, non hanno più il profitto come unico orizzonte: hanno capito l'importanza di preservare un capitale culturale e sociale. In questo panorama, piuttosto, il rischio è che il compratore privato rimanga con un palmo di naso. Discorso che vale a maggior ragione per l'Italia, dove c'è una falsa tutela del nostro patrimonio (basata su leggi promulgate nel 1870, dopo le razzie napoleoniche!) e insieme uno sguardo diffidente nei confronti del mercato».