L'antica via Collatina che intersecava Tiburtina, Prenestina e Casilina, puntando verso levante, è stata scoperta e spostata per far posto ai treni dell'Alta velocità. Grazie ad una tecnica innovativa, anziché deviare la nuova linea veloce, si è deciso di "smontare" pezzo a pezzo la strada. Ma poco dopo è spuntata sul percorso della Tav una nuova sorpresa! Un'antica villa romana. E ora la Soprintendenza deve di nuovo decidere cosa fare. Così, ripercorrere mentalmente la via Collatina significa addentrarsi nella storia arcaica di Roma e del Lazio. Collazia, la città che diede il nome alla strada, è una di quelle oscure comunità latine che hanno la duplice caratteristica di essere tanto evanescenti per gli archeologi e per gli storici moderni quanto importanti per gli autori antichi. Se ci attenessimo alla leggenda che un tempo s'imparava a scuola, potremmo persino dire che la repubblica romana nacque a Collazia. Essa era infatti la città di Lucrezia, moglie del nobile Tarquinio Collatino e massimo esempio di virtù. Lucrezia fu stuprata dal figlio del re Tarquinio il Superbo, e si suicidò al cospetto del marito, come dice Livio, "non per la colpa che non aveva, ma per essere di esempio a tutte le donne romane". L'indignazione nei confronti della famiglia reale portò alla caduta della monarchia e alla nascita della repubblica. Per la tradizione romana, la libertà era dunque nata dal martirio e dall'eroismo di una donna di Collazia. Il basolato della Collatina venuto alla luce, oggetto di tante attenzioni e di qualche polemica, è ovviamente molto più tardo dell'epoca di Lucrezia. Le sue caratteristiche riconducono alla fase matura della gloriosa ingegneria stradale romana, tradizionale cavallo di battaglia degli esaltatori dell'antica Roma: con le loro strade si ripete i romani hanno portato ovunque la civiltà, favorito i traffici e i contatti tra le genti, domato le distanze, addolcito le asperità della natura; le strade sarebbero l'esempio concreto e lampante della loro mente razionale, del loro talento nell'organizzazione e nella pianificazione, della loro paziente e rigorosa metodicità; le strade romane, si aggiunge, sfidano l'eternità (inevitabile corollario: le nostre, invece, cadono a pezzi dopo pochi anni). Quello che non va, in questi giudizi, è l'eccesso di enfasi e l'implicito, stucchevole paragone tra i greci ricchi di fantasia e i romani ricchi di spirito pratico. Bisogna inoltre evitare l'impressione che i territori dell'impero brulicassero di uomini in movimento, di cavalli, di carri, quasi si trattasse di un mondo moderno in tutto tranne che per i motori. Cicerone afferma che gli abitanti delle civilissime campagne calabresi o salentine ricevevano notizie dalla capitale al massimo un paio di volte l'anno. Possiamo dedurne che la maggior parte degli esseri umani trascorreva la vita senza oltrepassare il proprio orizzonte visivo: i monti che delimitavano una vallata, il mare, i dintorni della città o del villaggio. A viaggiare erano soprattutto i mercanti, i soldati e i messaggeri, mentre la gente comune si spostava raramente o percorreva solo piccoli segmenti delle grandi arterie. Bisogna comunque ammettere che la potenza e la coesione dell'impero romano sarebbero state impossibili senza una rete stradale efficiente e immensa, le cui vie principali si estendevano, in età imperiale, per circa centomila chilometri. Tuttavia, l'impressione suscitata dalle antiche vie romane è in gran parte estetica. Agisce evidentemente il fascino della rovina, soprattutto quando i manufatti traspaiono dai rovi, dalla macchia, dai dirupi e da altre espressioni della natura selvatica. Ma quei monumenti hanno anche un carattere specifico, che Goethe colse perfettamente quando parlò del paesaggio romano come di una "seconda natura che opera a fini civili": l'inserimento delle opere umane nel paesaggio appare talmente spontaneo e duttile da dare l'impressione di uno straordinario amalgama tra tecnica e ambiente, di un felice connubio tra la sacralità della natura e le esigenze degli uomini. Questa percezione emotiva e attualizzante rende trascurabile il fatto che i romani non avessero il concetto di ecologia e che le loro opere esprimessero il massimo di violenza allora tecnicamente possibile sull'ambiente. Malgrado le dissonanze o gli orrori delle opere moderne, il fascino di un parco archeologico che comprende una rete di strade antiche (come il progettato parco della Tiburtina e della Collatina) potrebbe dunque avere il valore aggiunto offerto da una prospettiva prolungata su questo dialogo tra artificio e natura.