E'ormai dibattito quotidiano. Se ne discute da più parti: sia in sedi istituzionali che nei «quartieri» della cultura militante. L'identità culturale di un Paese passa attraverso i valori della conservazione del patrimonio storico, artistico, archeologico, letterario, ma anche attraverso la capacita di valorizzare tali patrimoni. La valorizzazione è un passaggio obbligato, che ha come valenza la tutela, ma ha come obiettivo la fruibilità della cultura o delle culture. E per cultura, in questo caso preciso, si intendono i beni culturali, le attività che conducono alla conoscenza, gli itinerari che creano interazione tra appartenenza, territorio e consapevolezza. Ci sono caratteristiche di fondo nel campo delle aziende culturali che vanno riconsiderate per il ruolo che possono giocare all'interno dei processi di sviluppo di un territorio. La ricchezza alla quale spesso si fa riferimento è una ricchezza che non interessa soltanto l'oggetto interessato, ma diventa una ricchezza partecipata, e proprio per questo deve riguardare ampi tenitori che si collegano ad una politica di investimento sulle risorse. Da questo punto di vista il discorso sul «federalismo», che non può non toccare il comparto dei beni culturali, è da intendersi sul piano della progettualità degli interventi. Non può essere sollecitato da una visione testamentaria dei beni culturali, ma organizzativa, puntando ad una concertazione di interventi tra aree storicamente omogenee. Non si tratta di suddividere i beni culturali in categorie di serie A o di serie B. Sul versante dei processi culturali credo che non possa esserci alcun federalismo, ma su una concertazione progettuale di interventi certamente. Ed è proprio qui che deve farsi strada l'idea della promozione di una cultura d'impresa nel campo dei beni culturali in un rapporto armonico non solo tra istituzioni di vario ordine, ma in un rapporto con le nuove tecnologie, con i percorsi comunicativi, con la funzione educativa massmediologica. I modelli di impiego, soprattutto negli Enti locali, sono modelli di stadi di specializzazione, sono proiettati verso una eterogeneità di professionalità. I beni culturali si aprono a ventaglio sulle nuove professionalità, e la valorizzazione di essi non è soltanto una valorizzazione sul campo (ovvero in presa diretta con il bene culturale) ma diventa sempre più una valorizzazione, attraverso la pregressa conoscenza, applicata a metodologie educative. Non c'è bisogno più soltanto dell'archeologo o dello storico dell'arte o del bibliotecario (per fare solo alcuni esempi). Si ha bisogno di una mappa di professionalità e di specializzazioni che devono affiancarsi agli antichi modelli di ricerca. I processi di tutela non sono separati da quelli della valorizzazione e della fruizione. Qui è il punto centrale del discorso, che riguarda anche il campo della formazione e dell'impiego. Le nuove tecnologie operano in termini virtuali e multimediali sul deposito della storia. In altri termini, è qui che oggi una risorsa diventa economia e sviluppo proprio perché trascina nella questione una serie di altre questioni che insistono sul mercato del lavoro e nella realtà delle educazioni permanenti Impresa dunque, ma anche educazione alla conoscenza. Due ambiti significativi che sottolineano la necessità di rendere accessibile il prodotto culturale. La funzione del pubblico non è meno importante di chi ha la funzione di tutelare i beni culturali È il pubblico che accede alla fruizione, ed è inserito in quel circuito che sviluppa ricchezze. Dobbiamo guardare sempre più con attenzione ai Parchi archeologici nel cui interno non va collocato soltanto il materiale depositato, ma un Parco serve a coinvolgere e ad intrecciare bisogni che sono quelli culturali certamente, ma anche quelli sociali, quelli depositati, come si diceva, e quelli virtuali (grazie alle tecnologie avanzate), quelli informativi e quelli formativi Insomma, un Parco è una dimensione del territorio nel quale possono convivere i vari strati della storia con le necessità della società contemporanea Ed è su queste cose che bisogna spendere per ottenere investimenti che richiamano sviluppo. I progetti devono rientrare in un piano di finanziamento perché devono richiamare quei percorsi di sviluppo che Intrecciano vocazioni non strumentali e risorse reali, ma guai se si pensasse che i beni culturali oggi possono convivere da soli con se stessi, e magari delineando sfaccettature all'interno del proprio settore e isolandosi (se si pensa alla sola tutela ciò può accadere) da un contesto economico e sociale che insiste sul territorio. Il coinvolgimento dei cosiddetti soggetti privati diventa sempre più necessario sia per un discorso di finanze sia per una visione più ampia del rapporto società-cultura. In altri termini, i territori dovrebbero fronteggiare un vero e proprio patto per la cultura, un accordo di programma tra istituzioni, un protocollo di interessi e di interscambi tra Enti locali e ministero di competenza (soprattutto in quelle Regioni a Statuto speciale), un piano di sviluppo interterritoriale e un raccordo tra aree storiche e di influenza culturale nel Mezzogiorno. Da qui nasce la possibilità della gestione dei bene culturale, dell'adozione del bene culturale, dell'investimento concertativo, dello sviluppo ragionato e omogeneo di un intero territorio. Bisogna praticare una politica dell'offerta della gestione al privato del bene pubblico. La cosiddetta cultura diffusa passa attraverso questi canali, che rendono la cultura stessa un dato imprenditoriale. Non si può pensare, in realtà, soltanto che arrivino finanziamenti dalla componente pubblica (sia italiana che europea). Bisogna creare le premesse che i finanziamenti siano finanziamenti di impresa del territorio e sul territorio. I beni culturali non sono investimenti a perdere, se rientrano in un circuito valorizzante, ma bisogna prioritariamente renderli valorizzanti, ed è qui che gli Enti locali devono spendersi grazie a quei parametri sopra detti Mettere insieme la cultura diffusa e l'economia diffusa è realizzare una progettualità che tenga conto delle politiche finanziarie di un Ente il cui bilancio deve saper guardare ai beni culturali come modello con parametri industriali.
La cultura come impresa
Il testo discute l'importanza della valorizzazione dei beni culturali e la necessità di un approccio più ampio e coordinato per il loro sviluppo. Si sostiene che la valorizzazione dei beni culturali non è solo una questione di tutela, ma anche di fruizione e di promozione. Il testo propone l'idea di una "cultura d'impresa" nel campo dei beni culturali, che coinvolga istituzioni, nuove tecnologie e nuove professionalità. Si sottolinea l'importanza della concertazione progettuale tra aree storicamente omogenee e la necessità di rendere accessibile il prodotto culturale.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo