Tra i circa 2 milioni e mezzo di visitatori che ogni anno affollano la più grande galleria d'arte del mondo, il museo nazionale del Prado di Madrid, pochi o forse nessuno associa l'arte che in quelle sale si celebra con la tecnica che quall'arte consente di fruire, e non solo per l'etimologia del termine (in greco tékhne significava arte). Eppure il legame è profondo, anche se poco conosciuto. Il museo madrileno, che ospita anche sculture, disegni, monete e altre opere d'arte, deve senz'altro la sua fama internazionale alla grande collezione di dipinti: oltre 8.600, dei quali però meno di 2mila esposti, per mancanza di spazio. Tanto per fornire un ordine di grandezza, molti musei del mondo espongono nelle loro sale meno ricchezze di quante si trovino nei magazzini del Prado. Per questa ragione nell'aprile 2003 stato affidato all'architetto spagnolo José Rafael Moneo rincarico di ampliare gli spazi espositivi, portandoli agli attuali 16mila metri quadrati di superficie (in gran parte su due livelli sotterranei), dove trovano posto anche una biblioteca, un laboratorio, un auditorium e delle mostre temporanee. Ammontare del progetto: 42 milioni di euro. Per estendere la struttura preesistente - costituita dall'edificio neoclassico costruito dal Villanueva, a partire dal 1785, sul limitare della passeggiata del Prado - fino alla chiesa di Jerònimo del XVI secolo, si è fatto uso degli strumenti più sofisticati messi a disposizione dalla tecnologia odierna. Grossi escavatori hanno smosso il cuore di Madrid per realizzare un tunnel di collegamento tra i vecchi edifici e i nuovi; il chiostro della chiesa è stato smontato pietra su pietra e riassemblato nel nuovo spazio museale. Nell'area occupata dal chiostro è stata scavata una fossa di 46 metri per 20, profonda 20 metri; dato che il suo scavo avrebbe reso instabili le fondamenta degli edifici limitrofi e le strade di collegamento, è stato realizzato un efficace sistema in grado di sostenere le pareti del fosso, controllando ogni spostamento del terreno. Per questo ci si è rivolti a tecnici specializzati in impianti e sistemi idraulici integrati ad alta pressione, i quali hanno lavorato in stretta collaborazione con i tecnici di una delle principali imprese edili spagnole. Durante la costruzione ogni spostamento delle fondamenta è stato controllato da un sistema di 34 martinetti idraulici, collocati orizzontalmente tra le pareti di sostegno e i solai in cemento armato, ciascuno dei quali aveva una capacità di sollevamento di 500 tonnellate: i loro cilindri spingevano contro le pareti mantenendole in posizione ed eliminando il rischio di crolli. Queste sofisticate apparecchiature basano il loro funzionamento sui principi dell'idrostatica formulati quattro secoli fa dal matematico, fisico e filosofo Blaise Pascal, e dimostrati in esperimenti pubblici famosi e spettacolari, come quello della botte piena d'acqua che va in pezzi se vi s'immerge un tubicino abbastanza lungo riempito esso pure d'acqua. Ma in altri casi il matrimonio tra arte e tecnica è fondato su metodologie elaborate dalla comunità tecnico-scientifica in epoca assai più recente, e implementate da dispositivi disponibili solo da pochi anni. E il caso, per esempio, della scansione tridimensionale degli oggetti, una tecnologia che ha appena due decenni di vita e che produce una sorta di fotografia o fotocopia in tre dimensioni di un oggetto. Come la tradizionale fotocopia costituisce una rappresentazione piana, in grandezza naturale o no, di un oggetto bidimensionale (tipicamente una immagine), così la scansione 3D registra le posizioni nello spazio dei punti superficiali di un oggetto fisico, illuminandolo con un sottilissimo raggio laser secondo diverse angolazioni. Le coordinate dei punti sono quindi utilizzate per costruire una "maglia" di triangoli che riproduce l'effettiva superficie, approssimandola in modo tanto più fedele quanto più numerosi e quindi piccoli sono i triangoli. La scansione raggiunge oramai precisioni dell'ordine del decimo di millimetro, producendo in poco tempo decine di milioni di punti - contro le poche centinaia ottenibili con i sistemi manuali tradizionali - e un numero anche maggiore di triangoli. Il risultato è una sorta di calco virtuale di un oggetto reale, che può essere usato in modi impossibili per l'oggetto di partenza. Tali la visualizzazione su uno schermo secondo qualsiasi punto di vista, con possibilità d'inclinazione secondo differenti assi, la manipolazione digitale, la memorizzazione in una banca dati, la trasmissione via rete telematica e l'uso come "stampo" per realizzarne delle copie fisiche.E sono proprio queste possibilità a rendere la tecnologia particolarmente utile in campo industriale, dove viene usata per la realizzazione rapida di prototipi, necessari per la successiva produzione su larga scala. I prototipi vengono prodotti semplicemente fornendo ai sistemi automatici di lavorazione a controllo numerico il file elaborato dal computer. Ma queste stesse possibilità rendono la scansione 3D attraente anche nel campo della fruizione, della conservazione e del restauro delle opere d'arte tridimensionali, soprattutto le sculture. L'italia vanta al riguardo una tradizione illustre, rappresentata dall'istituto Centrale per il Restauro (1cr), fondato nel 1939; a esso si deve, tra l'altro, l'innovativa tecnica del restauro preventivo. Uno dei successi più significativi di queste tecniche è stata la realizzazione, da parte del Laboratorio di fisica dell'lcr diretto da Giorgio Accardo, del modello fotogrammetrico della statua di Marco Aurelio, che ha campeggiato nella piazza Campidoglio di Roma fino a quando, nel 1980, il precario stato di conservazione del manufatto di epoca romana ne ha imposto il trasferimento in laboratorio per l'esecuzione di impegnativi interventi di restauro. Questi si sono basati su un modello digitale tridimensionale della statua, ottenuto tramite scansioni successive di sezioni orizzontali; le tecniche di elaborazione digitale hanno poi permesso di "ripulire" il modello dai prodotti della corrosione che vi si erano depositati nel corso dei secoli, e che nascondevano quasi completamente la natura di bronzo dorato della sua superficie. Una volta ripulito, il modello virtuale ha guidato gli effettivi interventi di restauro eseguiti sull'originale, volti a ripri stinarne l'aspetto originario e a proteggere in futuro l'opera da ulteriori attacchi di agenti esterni. Se nel caso del Marco Aurelio la fotografia tridimensionale ha permesso interventi su una forma spaziale sostanzialmente conosciuta, diversa era la situazione della statua bronzea del satiro danzante di Mazara del Vallo scoperta nel 1998 e attribuita a Prassitele. La statua è stata recuperata dai pescatori del luogo ricoperta da vistose concrezioni marine, con la superficie dl bronzo danneggiata dalla corrosione e, soprattutto, priva delle braccia e della gamba destra su cui originariamente doveva poggiare. La gamba sinistra, invece, era presente ma spezzata all'altezza della rotula. Perciò gli interventi hanno dovuto risolvere anche i problemi di ricomporre la gamba soprawissuta e definire la posizione espositiva della statua, essendo ignota quella originale. Anche per essi il ricorso al modello digitale 3D si è rivelato essenziale, in quanto ha consentito dapprima di posizionare correttamente la gamba sinistra, "rincollandola" al resto del corpo così come si uniscono due file di testo scritti al computer. Successivamente si è ottenuta una rappresentazione deUa gamba destra applicando alla sinistra una tecnica di riproduzione speculare, e si è proceduto a una seconda operazione di ricomposizione. A questo punto dal modello virtuale sono stati realizzati dei prototipi fisici - dapprima in scala ridotta, poi nelle dimensioni reali - usati per affinare nei minimi dettagli il progetto del supporto. Questo infatti deve garantire La stabilità statica della statua, riducendo nello stesso tempo al minimo le sollecitazioni indotte dal sistema di assemblaggio. Ma la tecnologia ha permesso anche al capolavoro di Prassitele di essere ammirato dai numerosissimi visitatori che, al ritmo di i8mila al giorno, hanno affollato il Padiglione Italia della Expo 2005 di Aichi, in Giappone. Un modello fisico in scala i a i è servito per costruire, secondo le tecniche già impiegate per le barche a vela della Coppa America, uno speciale guscio protettivo in fibre di carbonio e di carbon-kevlar, che ha permesso il trasporto in Giappone senza alcun rischio di danneggiamento. Analoghi modelli in scala ridotta sono invece usati dal Museo di Mazara del Vallo per realizzare un percorso tattile che per la prima volta consente ai non vedenti di avere conoscenza e "ammirare" le forme del Satiro.
Secolo d'Italia
8 Agosto 2006
Tecnologia in aiuto dei grandi musei
AN
Angelo Gallippi
Secolo d'Italia
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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