La valigia è pronta. Dentro solo l'indispensabile e qualche libro per leggere una delle città italiane meglio conservate e fruibili, dove le mura sono imbevute di storia e dove strade, logge, porticati e piazze sono veri e propri musei a cielo aperto. Arezzo è rimasta fedele alla sua natura di comune libero, merito dei vescovi che dimostrarono nel basso medioevo doti religiose, amministrative e politiche, non senza dimenticare quel principio di liberalità che ha contraddistinto i centri dell'italia settentrionale. Ma andiamo per ordine. Non si può parlare di arte, figuriamoci di architettura, se prima non si tenta di ricercare una radice storica che ha motivato nel tempo l'andamento e la crescita demografica. Le origini etrusche di Arezzo risalenti al VII e VI secolo a.C. sono state cancellate dalle successive conquiste romane, di cui resta un anfiteatro, che è stato oggetto di saccheggi nel corso dei secoli, fino a quando non viene occupato, da un complesso conventuale. Agli inizi del duecento Arezzo diventa Comune, con il proprio Podestà, e vive un periodo di grande rinascita che si avverte nella voglia di costruire e di realizzare una cinta muraria più ampia per contenere il nuovo agglomerato urbano. Un fenomeno di urbanesimo della città che è tipico del momento storico. Sarà Ambrogio Lorenzetti a dame una rappresentazione pittorica, attraverso l'affresco "La città ben governata dagli Effetti del Buon Governo", leggibile in tutta la sua forza espressiva a Siena, nel Palazzo Pubblico. Ma fu anche un periodo segnato da lotte intestine per il controllo del potere da parte dei Guelfi e Ghibellini e fazioni interne; così come pure aumentarono le battaglie con i comuni vicini e, allo stesso tempo, si intensificasuno gli scambi commerciali. Tappa importante l'avvento degli ordini religiosi: i Domenicani e i Francescani che costruirono la propria chiesa. Ma è sicuramente con il passaggio da Comune a Signoria e il definitivo assoggettamento ai Medici che Arezzo vive il massimo splendore. È durante questi anni che gli artisti e le varie botteghe daranno alla città quell'immagine immutata tramandata nei secoli. Eccezioni a parte. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E è il caso di dirlo. Chiudo gli occhi quando, accaldato, cerco un bar per uno snack e mi accorgo che il palazzo dell'Upim occupa il posto di un'antica chiesa medievale, completamente distrutta. Per fortuna è l'unico segno sgraminaticato che incontro. Plaudo alla Soprintendenza del luogo che è riuscita a salvaguardare la città da scempi e saccheggi in nome di una speculazione edilizia selvaggia che non ha trovato spazio. Immediato il confronto con altre realtà. Immediata l'imprecazione a chi ha distrutto con un colpo di spugna, avendo il potere di intervenire, ogni logica del bello. L'amarezza scompare quando raggiungo la Basilica di San Francesco, il cui interno, di gusto trecentesco, per l'impostazione architettonica di stile gotico francescano, è un vero gioiello di arte rinascimentale. Cappelle, edicole, pitture concentrano l'attenzione del fruitore. Splendida l'area absidale, impreziosita dal ciclo di alfreschi "La leggenda della vera Croce" di Piero della Francesca. La storia della nascita del Cristianesimo con le sue tappe più importanti, come la battaglia di Massenzio nel 312 d.C. e sogno di Costantino, unite ad alcuni episodi tratti dalla Bibbia. L'opera, datata intorno alla seconda metà del Quattrocento, rappresenta un concentrato dell'arte del noto pittore. Il suo modo di intendere la prospettiva, basata su un rigoroso studio della matematica e della geometria; il suo spazio concluso, eppure aperto su di una dimensione che travalica i confini temporali, tanto da parlare di una realtà metafisica; il gusto pittorico per i particolari; il simbolismo che accentua il fascino del mistero, che avvolge l'intera produzione di Piero della Francesca. L'itinerario continua. Arrivo in Piazza Grande, il nome attuale, Piazza Vasari, fu adottato in seguito alla costruzione delle logge ad opera di Giorgio Vasari, aretino di nascita, ma è rimasto in uso la denominazione precedente per le dimensioni dello slargo. È sicuramente una delle piazze più belle d'Italia per il piano fortemente inclinato e la pianta trapezoidale che pennette varie letture prospettiche. Sul lato ovest si afaccia l'abside della Pieve di Santa Maria, con una primo ordine di arcate cieche al piano terra e due logge cieche sovrapposte. A destra fa mostra di sè il palazzo del Tribunale, una costruzione settecentesca, disegnata dall'architetto romano Francesco Cerotti, a cui si annoda il caratteristico palazzo della Confraternita dei Laici. La parte alta della piazza è completata dal loggiato vasariano del 1573. Un complesso sobrio e imponente al tempo stesso, scandito da eleganti linee e da modanature in ardesia. Sui restanti due lati della piazza fanno da sfondo le case medievali, con balconi in legno. La piazza è tuttora il centro socio-culturale della città. Una tradizione che ha ereditato dal suo trascorso come luogo deputato alla politica e allo sviluppo del territorio. Caratteristica, questa, che si ritrova nel trattato di Alberti sull'Architettura. La piazza riveste il ruolo di organo propulsore all'interno di un sistema basato su di un'economia aperta, secondo i dettami rinascimentali. Sono passati più di sei secoli da quando il primo architetto umanista teorizzava le sue idee eppure Piazza Grande è sempre là, testimone del sua immagine. Basta vederla nei giorni della fiera di antiquariato che si tiene ogni prima domenica del mese. La manifestazione nasce nel 1968 e ospita espositori provenienti da tutt'Italia. È l'esempio di come il confronto non indebolisce il commercio semmai lo rafforza. Mi inoltro verso il Duomo, sulla collina di San Pietro. Un'ampia scala in travertino fa da proscenio alla facciata tardo gotica, mentre all'angolo è collocata la statua di Ferdinando I dei Medici, opera del Giambologna. Lo stesso autore che lavora a Palazzo Vecchio a Firenze. Obbligata la tappa alla casa del Petrarca, dove nel portico d'ingresso, trovano posto, per l'occasione, antiquari specializzati nell'arte del gioiello. Ci sono cammei di vecchia fattura; i bracciali della nonna; ma anche gemme appartenute a dame dell'alta nobiltà. Qua e là qualche raro balocco. Mi viene spontaneo pensare: Perché in altre città - penso a Caserta - iniziative come queste dell'antiquariato siano nate e morte nel giro di pochissimo tempo? Come mai bisogna sempre demandare il lavoro a miseri tentativi di assistenzialismo quando la risposta potrebbe arrivare dall'artigianato o da offerte turistiche meglio confezionate? Ma, soprattutto, perché si deve essere sempre ultimi in tutti, restando a guardare impassibili? Vorrei che qualcuno mi rispondesse. La domanda è rivolta a sindaci, assessori, soprintendenti e anche agli pseudo-intellettuali che tanto parlano e scrivono e che, forse, non hanno mai alzato gli occhi dalla propria scrivania.