Vietato affollare il Lupanare. Un giorno in compagnia dell'esercito di visitatori che assaltano il sito archeologico più famoso d'Italia. Vittime pazienti e disciplinate del caldo torrido, dei rarissimi punti di ristoro, di cancelli chiusi e scritte minacciose. La Casa dei Vettii è sempre chiusa e l'ambulante vende le copie degli affreschi facendo affari d'oro Ho pernottato a Pompei. Lo dico con orgoglio. Sono anch'io nello sparuto 4 su due milioni e mezzo di visitatori all'anno, che ha scelto di alloggiare a Pompei. E ne sono felice. Comodo hotel di fronte all'ingresso di porta Marina, accoglienza ottima. E la mattina sono lì, pronta, all'apertura. Perfetto. Perché non lo fa quasi nessuno? Sono alla biglietteria e non c'è coda, benché la folla sia già tanta (e ha fatto la levataccia per arrivare da chissà dove. Io no!). Qualche guida mi offre i suoi servizi, ma non insiste troppo. Sono ai tornelli. Funzionano! Dicono che giorni fa Rutelli li ha trovati in disarmo. Boh... Comincio la salita verso porta Marina e finalmente mi sento una turista vera. Intruppata tra braccia sudaticce che mi urtano da ogni dove. D'istinto comincerei a chiedere "permesso" per superare la folla ma no, il mio compito oggi è essere folla. Però che lentezza! Ovvio: c'è la solita guida che si ferma a spiegare in uno dei passaggi più angusti e congestionati di Pompei. C'è pure il cartello «vietato sostare con grandi gruppi». Illeggibile. E inutile, senza qualcuno che lo fa rispettare. Paziento. Vado a rilento. In fondo dura poco. Presto la via si allarga e poi c'è il foro. Di colpo l'atmosfera è calma, pacata. I gruppi, ordinati, seguono ciascuno la propria guida. Signore passeggiano tenendo elegantemente l'ombrello parasole. Le giapponesi hanno anche il ventaglio. E i loro mariti il cappello di paglia da gondoliere con la scritta «Venezia». Perdoniamoli. Ovunque c'è disciplina e pulizia. Nessuna carta in terra ma cesti per l'immondizia ben distribuiti e vuoti. La raccolta rifiuti funziona. Non vedo neppure i soliti cani randagi ma ritiro subito la meraviglia: dormono all'ombra, per loro fa già troppo caldo. Per i turisti no. Sudano e avanzano, sopportano in silenzio. Pompei, il mito, è tutta per loro dopo attese di anni, decenni, una vita. Non sarà il sole cocente a fermarli. Non la prospettiva di ustione multipla. Avanzano imperterriti, osservano, click! Si assembrano attorno ai calchi delle vittime dell'eruzione, sempre più macabri nelle teche polverose quasi più antiche di loro. Ma è l'uomo del passato che rivive per noi. Attira, stupisce, commuove. Scatena istinti primordiali incontrollabili. Specie quando la guida spagnola indica il calco della "mujer embarazada": coro iberico di visibilio. Proseguo. Raggiungo il bar tavola calda. Bello. Funzionale. Toilettes miracolosamente pulite. Peccato che sia l'unica isola di conforto nell'intera città. Ma al momento non ci penso e continuo a bearmi di ammirazione. Mica male Pompei, molto meglio di quel che si dice. Che siano malelingue? Paziento. Nessun giudizio affrettato. Vado oltre. Di là no, via interrotta. Dall'altra parte, pure. Capisco. Passeggiare per Pompei è un continuo aggirare gli ostacoli. Alla palestra grande incontro due francesi disperati: «L'anfiteatro è lì, ma come si arriva?». «Tranquilli, ce l'avete quasi fatta, ancora una deviazione soltanto». Però, poveri, che fatica! E una volta raggiunta la meta, è quasi sempre chiusa. Cancello e catenaccio. Visitare Pompei con in mano una guida turistica è deprimente. Quasi tutto quel che la guida dice «da non perdere», in realtà si perde. E il turista che ha varcato l'oceano per vedere proprio quelle case famose, prima pazienta, poi si irrita, alla fine imbestialisce. È vero, la manutenzione costa. È vero, ci sono altre case aperte. Ma non si sa bene quali. E poi, in realtà tutti vogliono sempre le stesse. Le guide turistiche lì vanno. Così le poche case famose e aperte, sono peggio della curva sud dello stadio Olimpico. Al terzo gruppo che si catapulta nello spogliatoio delle terme Stabiane, persino il cane fugge terrorizzato. Resiste impassibile solo la disegnatrice giapponese, ma non si capisce cosa riesca a vedere e copiare, tra la selva di teste. L'ammiro, ma seguo il cane. Per una volta rinuncio a essere folla. Il troppo è troppo! Mi va meglio alla casa del Fauno che è più ampia e ariosa. Da un anno c'è la copia del famoso mosaico della battaglia di Alessandro, prova di virtuosismo dei mosaicisti ravennati, ma le guide non lo dicono. Forse è notizia troppo prosaica per loro che amano strabiliare: «Pensate, sono più di due milioni di tessere! pare quasi pittura». Finalmente arriva un vecchietto, laconico nel suo inglese stentato: «Mosaic cópy, original in Naples». Almeno lui l'ha detto. Ma c'è anche chi fa della conoscenza un'arte: l'ambulante (abusivo?) che vende riproduzioni degli affreschi della casa dei Vettii (naturalmente chiusa), è perfetto nel descrivere le attività degli amorini profumieri. La signora inglese è ammirata. Ok, lo compro voglio quello. Mezzo minuto per sborsare 40 euro. Ricchi questi inglesi! Il pollo è accalappiato, e l'ambulante sfodera il suo pezzo forte. «Ho anche il formato più grande, più bello». Ma tutto ha un limite! Il marito della signora interviene e non vuole sapere neppure il prezzo. La signora è comunque felice e l'ambulante pure. E ha già puntato la prossima preda, la famigliola americana grassa e allegra. Ripete la storiella in toni meno raffinati e più yankee, e fa complimenti alla signora che arrossisce. È fatta! Un artista. Basta folla non ne posso più. Cerco luoghi più appartati. La casa dei Ceii, col cartello che dice «non più di 20 persone per volta». Ma chi controlla? E dov'è il custode mentre due turiste siedono a pranzare in un salotto affrescato di villa dei Misteri? Pensare che potrebbero andare al ristorante vicino, con ingresso all'esterno dell'area archeologica ma i guardiani chiudono un occhio e ti permettono di uscire e rientrare. Anche per andare alla bancarella, dello stesso proprietario. Che pure vende bibite e panini attraverso un foro nella rete. Però, in fondo, almeno da lui i turisti trovano qualcosa. Sono le 18, sono esausta e assetata. Raggiungo il bar del foro sognando una bibita. Chiuso??? «Che vuole, signora - mi apostrofa una custode - oramai tra un'ora e mezza si chiude». È l'ora migliore per la visita, anche i cani si sono svegliati e vagano. Ma io muoio di sete.