Rutelli commissaria l'Arcus. Francesco Rutelli. Vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali: ha incaricato il professor Paolo Baratta di far luce sull'attività dell'Arcus, la società per azioni del suo ministero DOVREBBE distribuire il 3 del budget delle opere pubbliche, pari a circa 150 milioni di euro, con la rapidità e l'efficienza di una società per azioni. Eppure ha un Consiglio d'amministrazione in gran parte dimissionario, la Corte dei conti alle calcagna e un azionista che la guarda con sospetto. Parliamo della società Arcus spa, di proprietà del Ministero dei Beni culturali, per incarico del quale si dovrebbe occupare della promozione di iniziative artistiche e dello spettacolo. Il ministro Francesco Rutelli dopo aver ricevuto - il 3 agosto scorso - l'ennesimo richiamo sull'operato di Arcus da parte della Corte dei conti, ha dato uno stop alle attività della società medesima, e ha nominato una commissione presieduta dal professor Paolo Baratta (ex presidente della Biennale di Venezia e anche ex ministro dei Lavori pubblici nel governo Dini) per fare luce entro un mese su vita, opere, miracoli e soprattutto spese della controversa società. Arcus, a onor del vero, non ha goduto buona stampa fin dalla nascita, nel febbraio 2004, quando l'allora titolare dei Beni culturali, Giuliano Urbani, la volle come uno strumento più agile per erogare finanziamenti nel suo campo di interesse (Arte, cultura, spettacolo, da cui l'acronimo della sigla), senza soggiacere alle lungaggini disarmanti della burocrazia centrale. L'idea di un braccio operativo - pronto ed efficiente - del ministero, per la verità, era un'esigenza avvertita. Veltroni stesso, a suo tempo, ci aveva pensato proponendo (legge 352 del '97) la Sibec, Società dei Beni culturali, che però non vide mai la luce. Arcus, invece ha visto sia la luce che i soldi: 153,5 milioni di euro al momento dell'entrata in attività (maggio 2004), pari al 3 del finanziamento delle grandi opere. L'idea che la cultura e i suoi beni fossero assimilabili a un grande investimento infrastrutturale per la crescita del Paese costituiva un indubbio successo politico per il ministro Urbani. Ma il problema, secondo la Corte dei conti che mise subito sotto la lente d'ingrandimento la neonata società, non era l'intuizione politica ma la prassi e la distribuzione dei finanziamenti. L'allora senatore verde Fiorello Cortiana fece un'interrogazione perché si chiarisse l'agire di quello che definì un «ministero parallelo» e sul suo sito personale apparve una prima tabella con i soggetti destinatari dei benefici. Le perplessità del parlamentare erano proprio su questa generosa elargizione dei pani e dei pesci che appariva - a torto o a ragione - una pioggia di prebende per appagare le attese di collegi elettorali generosi di consenso politico e smaniosi di vederne un qualche ritorno. Leggiamo dalla tabella - per esempio - che 7,5 milioni vengono lodevolmente assegnati all'informatizzazione degli archivi di Stato. Ma nello stesso elenco c'è anche un contributo per il monumento ai caduti del Comune di Terragni, il consolidamento del mercato di Avola, l'acquisto della sede della fondazione intitolata al cardinale Lercaro. E poi una serie di campetti sportivi da rimettere a nuovo: quelli di Pachino, di Cantù, di Annone Veneto, di Castello d'Argile, di Chiampo, di Sovizzo, eccetera. 2,5 milioni vengono destinati anche allo svolgimento dei Campionati di ciclismo su strada di Verona e Bardolino. Altri soldi vanno al Polo culturale di Latina, all'Associazione «Una donna per le donne» dell'Aquila, così come alla Scuola della cartapesta di Termini Imerese. Certo, una cosa è destinare e altro è dare. Tuttavia, dei sette membri del Consiglio d'amministrazione, quattro si sono dimessi e, tra questi, i due designati dal Tesoro. La cosa richiede un approfondimento, ed è quello che Rutelli ha chiesto a Baratta. Tra un mese si capirà se interrogazioni parlamentari e rilievi della Corte dei conti fossero «fumus persecutionis» o se la questione dovrà passare nelle mani di altre corti.