La prendiamo un po' alla lontana e ci scusiamo. La prendiamo a Parigi, alla fine dell'altro secolo. Vi arrivò un anarchico di Bruxelles che si era messo in testa di scacciare dal mondo lo spirito santo e instaurare il regno dello spirito forte. Qualche suo correligionario ci si era provato inutilmente e pericolosamente con palle di ferro con la miccia, con pistole a tamburo, con pugnali. Lui pensò più arditamente allo spettacolo. Affittò con certi suoi risparmi di cui si vergognava una cantina a Montmartre. Con gli stessi risparmi (di cui si vergognava) affittò sei bare d'occasione rifiutate dalla Morgue perché non erano abbastanza profonde per contenere un cadavere standard, acquistò dodici cavalletti, assemblò due cavalletti a ogni bara, ne ricavò sei tavoli. Comprò da un becchino suo correligionario un po' di vecchie ossa assortite. Un paio di tibie le usò come scettro per i due camerieri che aveva assunto con i risparmi di cui si vergognava, con le altre assemblò un buon lampadario che aveva forse il difetto di ricordare un po' quelli fatti di corna di cervo immancabili in quegli anni nei casini e nei castelli di caccia. Il resto dei risparmi lo investì in un certo numero di boccali, una partita di birra scadente e in un marchingegno che andremo a descrivere. Gli ultimi spiccioli li consegnò a un suo amico e correligionario, forse suo amante, certo pittore, perché comprasse una bella tavola e i colori necessari per scriverci "cabaret de la mort" accanto al dipinto di uno scheletro malinconico al chiaro di luna. Nemico giurato di ogni superstizione, per il marchingegno s'era ispirato alla superstizione più in voga ai suoi tempi, lo spiritismo. Specializzato in ectoplasmi Tra i seguaci delle sorelle Frank, c'erano ormai dei virtuosi (la sublime napoletana Eusapia Palladino, per esempio) che non si accontentavano più dello spirito se ci sei batti tre colpi e degli instabili tavolini a tre gambe che ballavano. Ormai un medium, per avere un minimo di successo, doveva specializzarsi in ectoplasmi, in materializzazioni di spiriti, interi o ad arti sciolti, che non si peritavano di prendere a ceffoni i distinti partecipanti alle sedute. Poiché era uno spirito forte, il nostro anarchico belga tendeva a credere che questo degli spiriti incarnati non fosse che un trucco per confermare gli spiriti deboli nelle loro superstizioni. Un prestidigitatore suo amico gli aveva confermato che il fenomeno si poteva ottenere con una semplice lanterna magica e un paio di specchi. Lui si sarebbe servito degli stessi mezzi con cui gli impostori mercenari confermavano la superstizione per lottare contro la superstizione. Ai convenuti (non li chiamava ancora avventori) avrebbe tenuto un memento homo, poi ne avrebbe invitato uno ad alzarsi dalla bara alla quale era seduto per andare a distendersi nella bara in fondo al locale. Gli astanti avrebbero assistito alla scoloramento, alla decomposizione e inscheletrimento del volontario, avrebbero consumato la loro birra e sarebbero usciti migliori, più consapevoli. Gli era stato predetto un fiasco: con il nome attenuato di Cabaret du Néant il locale finì fin nei giri turistici. Quello che l'ex anarchico belga perse in fiducia nella perfettibilità dell'essere umano lo conquistò in pinguedine patrimoniale. Per giustificarsi davanti alla storia pubblicò un libriccino con la storia del suo locale. Poiché non poteva neppure sospettarle, omise due cose: che la sua storia era una metafora del rapporto tra le intenzioni e il mercato dell'arte, che con il suo cabaret aveva fondato l'arte moderna. L'arte del Novecento è nata perfetta Per fondare qualcosa di davvero nuovo bisogna essere stupidi e cocciuti. Il nostro belga, (a sentire i francesi, proprio perché era belga) era stupido e cocciuto in misura sesquipedale. Ebbe imitatori e forse ispiratori. Il Coucher d'Yvette, in cui su un palcoscenico una ragazza si spogliava semplicemente per mettersi a letto, fu l'antenato sia dello striptease sia dell'iperrealismo, della body art e del minimalismo E il macabro e belga Wiertz, pittore persino accademico, ma così appassionato di cadaveri, qualcosa avrà insegnato al suo conterraneo. Molto avranno insegnato i baracconi delle fiere, con la donna cannone, la sirena vivente, l'uomo serpente, mostri in mostra per la gioia e la mortificazione del pubblico, occasioni di piacere estetico e di riflessione morale per tutte le borse. Come è successo con il Don Chisciotte per il romanzo, le forme nascono perfette per deteriorarsi nella ricerca di nuove perfezioni. Con il Cabaret de la Mort e gli spettacoli foranei anche l'arte del Novecento è nata perfetta, ma, non sospettando la sua perfezione, ha cercato perfezioni più nobili. Con il cubismo ha cercato di applicare la chiaroveggenza eterica di madame Blavatski, per cui l'eletto di livello più modesto, ci si scusi l'ossimoro, è in grado già di vedere gli oggetti contemporaneamente da tutti i punti di vista. Con gli astrattisti di ogni denominazione ha voluto trovare forme conformi al vero mondo, che non era quello materiale della vita quotidiana, ma quello platonico della teosofia. Se no, c'erano l'inconscio e la modernità. C'era per tutte le tendenze l'idea che l'arte fosse cosa per eletti, che doveva essere capita, non goduta e consumata. In un vecchio film, che si intitolava forse Piccoli omicidi, il protagonista (forse Elliott Gould) si disperava per il successo. Qualunque cosa fotografasse aveva successo, per disperazione si era messo a fotografare le cacche per strada. Di nuovo un successone. L'unico scampo al successo era barricarsi per rispondere al fuoco dei vicini dall'altra parte di una strada di New York ante tolleranza zero. Il grande pubblico nell'arté infastidiva.a meno che si mettesse in fila compunto nei musei. Per la tranquillità di tutti, era necessario che le opere d'arte avessero un marchio di garanzia. E siamo arrivati alla Biennale di Venezia e alle Biennali di quest'anno. Cosa è saltato in mente al curatore, Francesco Bonami, di scegliere quel sottotitolo: la dittatura dello spettatore? (tra parentesi: di Bonami, ai tempi della sua nomina a direttore delle arti visive della cinquantesima edizione della Biennale il Foglio ha pubblicato prima un lungo dialogo con Vittorio Sgarbi, allora al ministero della Cultura e fautore deluso della nomina di Robert Hughes, a lungo critico d'arte del Time e storico non convenzionale, e qualche tempo dopo, una domenica, il ritratto professionale. Per chi non si ricordasse: Bonami è stato a sua volta artista, è stato critico a sua volta. E' diventato poi curatore di collezioni, da quella di arte contemporanea di Chicago alla fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino). Al Foglio piaceva, e piace ancora, il metodo manageriale con cui il presidente della Biennale Demattè aveva scelto Bonami. Nella presentazione al catalogo Demattè torna a ribadire che, appassionato d'arte, ma digiuno dei suoi meccanismi professionali, aveva sentito e incrociato molte campane prima di arrivare alla scelta di un uomo di cui all'inizio dei colloqui non conosceva neppure il nome. Ma sono pochi i visitatori della preview per gli artisti e i critici che sono disposti a credere che il direttore non sia legato in modo organico al sistema di potere. L'assioma è che il sistema dell'arte non possa non rappresentare il potere che la paga e la promuove. Zdanov era d'accordo. Era d'accordo anche Goebbels. Qualche assessore alla cultura sarà stato d'accordo, qualche assessore anche se di fede diversa lo sarà ancora. Per fortuna loro, nostra e dell'arte, sono molti ì politici che ritengono che controllare l'arte sia troppo dispendioso e poco retribuente. Ma mentre nelle solite edizioni della Biennale i sospetti e i rimbrotti erano tra scuole o camarille interne al mondo della critica e del mercato (l'unica Biennale di cui non si discusse apertamente i contenuti, fu quella del 1942, in piena guerra), questa volta il giudizio è a priori. Lo dimostrerebbe per assurdo che Bonami, invece di fare una scelta tutta personale, abbia affidato alcune sezioni a curatori di impostazione diversa. Tant'è. Qualunque cosa avesse fatto, avrebbe fatto male. Invece a noi la Biennale, così com'è, piace. Piace perché ci sembra una vera mostra campionaria, di quelle che non si fanno più, di quelle dove ci facevamo portare da bambini ad ammirare macchinari e aggeggi che non capivamo, accanto ad articoli che conoscevamo benissimo. Ci piace la sezione Pittura, curata da Francesco Bonami. Magari avremmo tolto qualche quadro, magari avremmo messo qualche altro artista, ma per soddisfare questa nostra ambizione aspetteremo che sia messo in vendita il Gioco del piccolo direttore della Biennale, con cui ciascuno potrà farsi a casa la mostra che preferisce. Intanto ci piace andare in giro, a dire anche noi: "Ma come sarà saltato in mente a quello lì di mettere le piume a un ombrello e invece di usarlo per ripararsi dal solleone, che mette tutti un po' di malumore (scotta! governo baro!), ha pensato di esporto così, come un'opera d'arte? Piace anche a noi fare il vecchio gioco: "Quel mucchietto nell'angolo è un'opera d'arte o un mucchio di detriti?". Il gioco della vernice fresca. II gioco viene bene un paio di giorni prima dell'apertura, quando non è tutto ancora finito. E' un gioco che le gallerie d'arte private giocano volentieri: il giorno dell'inaugurazione, l'ultimo chiodo si attacca dopo che è arrivato il primo visitatore. Chissà com'è la storia delle panchine ai giardini. Sono tutte belle bianche. La gente si siede volentieri all'ombra, col caldo che fa. Su una c'è scritto vernice fresca. Sarà un'opera? Sarà uno scherzo? Capita che un nostalgico del pisciatoio (Fountain, in lingua) di Duchamps metta qua e là un cartello per ricontestualizzare un oggetto, trasformarlo in un'opera d'arte. E' solo per pigrizia che nel passato (ahinoi, lontano) lo abbiamo fatto una sola volta (a una mostra di arte erotica) e ne andiamo ancora fieri. Questo gioco della vernice fresca è molto divertente. Siamo vestiti di bianco, se ci sedessimo sulla panchina in progress potremmo diventare dei Malevic viventi, White on White. E lo diciamo in inglese solo perché in russo proprio non ci viene. Roba da comica finale, roba di gran divertimento. Solo Charlot e Buster Keaton con un caldo così saprebbero conservare l'aplomb. Una riprova? Come da protocollo, in queste preview si aggirano in coppie, non necessariamente miste, i grandi collezionisti. Li si riconosce perché sono minimal, anche se sono scesi dagli yacht (vorrei vedere chi oserebbe chiamare barche queste navi) all'ormeggio davanti all'Arsenale. Sono vestiti, a coppie, o di tutto bianco o di tutto nero. Hanno di solito un'aria fresca e altezzosa. In questa calura, l'unica cosa che è a posto sono i capelli cortissimi, tanto lui che lei, tanto lui che lui, tanto lei che lei. Per il resto sono sfatti come gli altri. Anche la sfattezza è relativa. Per sfatti che siano, non saranno mai sfatti come un noto critico di un notissimo giornale che si è travestito da turista tedesco, con sandali intrecciati, uso hawaiana, e braghette bagno. E' un vinto dal clima, o un vanto dell'arte? Un Duane Hanson semovente? Anche le professoresse, vuoi di liceo, vuoi d'accademia, forse sono opere d'arte. Danno troppi voti per essere vere, voti alle opere, voti alla Biennale. Voti bassi naturalmente, giacché è noto che un professore tanto è più stretto di manica, tanto è più bravo. E fanno grandi discussioni sui titoli delle sezioni. E s'indignano, giacché l'arte per loro è pane quotidiano e statale, e dal manuale conoscono le gerarchie, e molto di quanto vedono "francamente" non è arte. Ma come facciamo a non ricordarci dell'ultima edizione della Biennale, o la penultima?, così elegante, con i tappeti distesi sull'acqua delle darsene dell'Armerie? O delle Corderie? Opere d'arte senza dubbio sono i giovanottoni che interpretano gli stiliti ai Giardini sul loro mozzicone di albero, come Simon nel Desierto, nel loro recinto, come i daini allo zoo. E noi, che ci sforziamo di non avere pregiudizi, che quando siamo di buon umore siamo d'accordo con Dino Formaggio per cui è arte tutto ciò che si definisce arte, ci divertiamo un mondo. Avessimo qualche anno in meno e meno cervicale andremmo insieme ai bambini a farci una doccia nella fontana installazione davanti alla ferrovia. Dodicimila battute, ma da raccontare ce n'erano millanta.
il Foglio
14 Giugno 2003
Macché dittatura dello spettatore, la Biennale è (per fortuna) una mostra campionaria
SA
Sandro Fusina
il Foglio
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
la Repubblica · 14 Apr 2002
Le mirabili acrobazie del ministro del Tesoro Tensioni sociali e riforme al palo: per gli industriali quest'ultimo anno è stato magrissimo
l'Unità · 13 Giu 2002
L'stituzione della Patrimonio Spa
ANSA · 24 Lug 2002
Beni culturali: Urbani, puntiamo a triplicare le risorse
Liberazione · 18 Giu 2002
Lanzichenecchi
la Repubblica · 21 Ago 2002
Italia in vendita, arriva la lista . Da Pianosa ai siti archeologici l' elenco dei 'gioielli' in pericolo
www.artonline.it · 21 Giu 2002
Attualità: Per i beni culturali Sgarbi e Urbani separati in casa Le associazioni ambientaliste: Ciampi non firmi il decreto taglia-deficit
Giornale di Brescia · 29 Ago 2002
Condono fiscale, tecnici al lavoro
Corriere della Sera · 3 Lug 2002
Date allo Stato quei soldi Finanzieranno i restauri Una domanda s' impone: una famiglia potrà spendere decine di euro al giorno nei luoghi di culto?
il Sole 24 Ore · 4 Ott 2002
A Roma la quarta edizione di European Property Italian Conferenza
La Stampa · 8 Lug 2002
Giuliano Urbani, tra i fondatori di Forza Italia, guida da un anno uno dei Ministeri che, forse, meno bramava: i Beni e le Attività Culturali
la Repubblica · 19 Ott 2002
Se larte finisce ai privati Intervista di Francesco Erbani a Salvatore Settis
Liberazione · 25 Ott 2002
I veri vandali sono loro
ANSA · 7 Nov 2002
Beni culturali: allarme istituti per riduzione fondi
Corriere della Sera · 14 Nov 2002
I beni culturali non si vendono
ANSA · 15 Nov 2002
Unesco: Urbani, Italia sperimenta forme tutela patrimonio
la Repubblica · 17 Nov 2002
Tremonti sul Colosseo: Non vendere ma valorizzare
il Sole 24 Ore · 27 Ott 2002
Bella Italia, non vendiamola al miglior offerente
la Repubblica · 15 Nov 2002
E il Palazzo si fa bello. A spese dei musei
Il Tempo · 16 Nov 2002
Dove va il Bel Paese. Contro la riforma lo spauracchio dei musei all'americana
l'Unità · 22 Nov 2002
Report stasera toma sul caso Patrimonio Spa, sugli intrecci tra Berlusconi e la Pirelli con la Edilnord. L'Italia rischia di essere tutta in vendita