Dopo due anni di discussioni, polemiche, grandi promesse, il momento è arrivato. Franco Bernabè, presidente della cinquantesima edizione della Biennale di Venezia, presenta al pubblico internazionale i prodotti della sua azienda più «inusuale». Quella del pensiero estetico contemporaneo. Nei padiglioni ancora pungenti di vernice fresca dove giganteggiano ironiche installazioni dedicate alla farmaco dipendenza, alla clandestinità e all'utopia, l'ex manager Fiat, Eni e Telecom osserva la fiumana di appassionati con un'aria forse più sorpresa che soddisfatta. Dottor Bernabè, è più facile gestire strategie di telecomunicazione o «sogni e conflitti»? «In questi giorni concretizzo un'esperienza certamente inedita ma di grande soddisfazione per me, non soltanto per i suoi contenuti culturali, ma anche e soprattutto per il grande impatto internazionale di una manifestazione come la Biennale di Venezia che rappresenta una vetrina di alto prestigio per il Paese. E comunque, anche in questa occasione mi sono sempre sentito soprattutto un manager. Voglio dire che la rilevanza economica dell'Azienda Biennale resta il primo dei miei obiettivi». L'Azienda Biennale è stata facile da gestire? «Dipende. Ho certamente incontrato grosse difficoltà soprattutto legate ai vincoli di natura economica. Il budget di sei milioni di euro per una manifestazione che coinvolge per sei mesi l'intera città di Venezia e che deve rispettare criteri di altissimo livello qualitativo, rappresenta una risorsa decisamente scarsa senza il coinvolgimento attivo di sponsor privati». Eppure nel consiglio di amministrazione non sono mancate critiche infuocate all'indirizzo del direttore Bonami reo di aver presentato costi troppo alti dovuti anche agli ingaggi di co-curatori di grande fama internazionale come Catherine David, Hou Hanru, Hans Hulirch Obrist e altri... «Nella mia esperienza sono abituato al fatto che nei consigli di amministrazione ognuno dice ciò che vuole e, dunque, accetto anche le critiche. Ma dell'operato di Bonami non posso che ritenermi ampiamente soddisfatto, i nostri rapporti in questi mesi sono sempre stati di costante collaborazione». Le polemiche con il governo, su una direzione sponsorizzata soprattutto da ambienti legati alla sinistra sono dunque acqua passata? «Purtroppo fin dall'inizio questa vicenda è stata costellata di equivoci forse anche in malafede. E' assolutamente falso che Bonami mi sia stato imposto o raccomandato da chicchessia, sia a livello politico che a livello dì lobby di potere. Al contrario è stata una scelta meditata, frutto di un'analisi dei migliori giovani curatori operanti sulla piazza. Oggi posso dire di aver visto giusto». Quando ha nominato Bonami si aspettava una manifestazione così collegiale e dunque così poco curatoriale in senso stretto? «Non voglio entrare nel merito delle scelte del direttore ma a me interessano solo i risultati, e so che negli ultimi dieci anni le Arti sono divenute sempre più un fenomeno di rilevanza economica. Dunque gestire la Biennale secondo criteri manageriali non è affatto in antitesi alla cultura. Se questa manifestazione fallisce sul piano del fatturato, vuoi dire che ho mancato l'obiettivo». Perché questa Biennale dovrebbe, secondo il suo ragionamento, ottenere maggior successo di pubblico (non solo nei giorni di inaugurazione) e quindi guadagnare di più? «La nuova gestione ha puntato a un maggiore coinvolgimento degli spettatori offrendo un'esposizione meno elitaria e opere più leggibili. Ma non solo. Abbiamo cercato di coinvolgere spazi prestigiosi più vicini al grande pubblico come il Museo Correr che quest'anno si aggiunge al Padiglione Italia e all'Arsenale. Insomma, l'obiettivo è stato quello di una mostra più bilanciata nei linguaggi e con uno sviluppo di pubblico più regolare nel tempo. I risultati diranno».