"Aiuta noi studiosi, e non fa male all'opera" ROMA «Un aiuto alla ricerca storica, al lavoro degli studiosi, una tecnica che in alcuni casi ha permesso di svelare dettagli e segreti anche dei capolavori più famosi». E' favorevole Claudio Strinati, critico d'arte e studioso, all'uso delle tecnologie più avanzate per «indagare» la storia dell'arte. Soprattutto, dice, se non si tratta di «tecniche invasive». Professor Strinati, la riflettografia a raggi infrarossi può danneggiare le opere d'arte? «No, assolutamente, non crea alcuna aggressione alla materia. Può invece permettere di scoprire, sotto il dipinto attuale, idisegni preparatori, i dubbi dell'artista, le diverse versioni di un quadro. O magari, nel caso di molti pittori del '500, i raggi hanno più volte svelato la presenza di altri dipinti sotto l'opera, ma semplicemente perché i pittori del tempo spesso utilizzavano tele giù usate». Ma queste tecniche di indagine non rischiano di far passare in secondo piano il lavoro di «intuizione» di studiosi e restauratori? «Certo, accumulare dati e notizie non serve a nulla se dietro non c'è l'intelligenza dello storico che li mette insieme e da loro una forma, un linguaggio. Sapere che sotto un quadro di Goya, che raffigura Saturno, c'è un uomo che balla, non serve a nulla se poi non si scopre qualcosa di più, ad esempio se quel ritratto è sempre di Goya, o se Goya ha utilizzato una tela già usata... Per fortuna però ci sono molti studiosi in grado di ricostruire il puzzle delle informazioni».