II fatto che Francesco Bonami, il nuovo direttore della 50 Biennale, abbia voluto presentare come prima sezione, definita «Sogni e conflitti», una vasta scelta dei migliori e più noti «pittori» delle passate generazioni nell'aulica cornice di Palazzo Correr, dimostra la precisa intenzione di affermare che non sono solo le foto, i video, le installazioni a costituire l'autentica arte dei nostri giorni. Un altro merito del nuovo direttore rispetto alle pur originali Biennali di Harald Szeeman è stato quello di aver preferito non assumere su di sé tutte le scelte con l'allargamento delle iniziative espositive a ben otto co-curatori, i quali, a dire il vero, non hanno dimostrato di privilegiare tendenze o posizioni in contrasto con quelle di Bonami. Un passo avanti, dunque, come molteplicità e multipolarit degli indirizzi, ma anche un ripiegamento su alcune zone d'ombra come risulta da parecchie sezioni della Biennale. Tra queste zone d'ombra, la prima che ci capita d'incontrare è costituita dai sette «stiliti», persone con problemi fisici o psichici che hanno accettato di partecipare a questa masochistica competizione passando le 24 ore appollaiati su alti tronchi sicché l'atmosfera generale per la presenza anche di numerosissimi filmati, video e gigantografie legati ai recenti conflitti non si presentamolto « allegra». Del resto già Bonami scriveva: «Sostengo la produzione di sogni per contenere la pazzia dei conflitti ». Ma ancor più dei sogni, più ancora dei conflitti, quello che salva una notevole porzione dell'esposizione è l'utopia. Una delle sezioni, forse la più affascinante da un punto di vista non solo concettuale, è appunto «La stazione Utopia» (curata da Hans Obrist, Molly Nesbit e Rirkrit Tiravanija) dove personalità di primo piano appartenenti all'arte, alla scienza, all'architettura da Agnès Varda a Lawrence Weiner, da Jona Mekas a Immanuel Wakkerstei, da Isozaki a Patti Smitri, al vecchio geniale Yona Friedman (l'antico inventore della Parigi sospesa in aria!) si sono cimentate nelle più curiose e geniali operazioni. In realtà, tra giochi e giochetti cibernetici da un lato, denunce politico-belliche dall'altro («La struttura della crisi» di Carlos Basualdo) non possiamo non riconoscere come l'attuale Biennale più di tante del passato corrisponda all'odierno Zeitgeist, lo «spirito del tempo», dilaniato tra eccessi tecnologici e orrori bellici. A questo punto un altro problema di primaria importanza si pone: possiamo ancora considerare come essenziale per l'arte visiva una sua componente «narrativa» (come lo fu per l'arte dì tutti i tempi, salvo per quella del secolo scorso)? Ebbene, direi che, davvero, finite le dispute attorno all'astrazione e attenuatisi gli eccessi dell'arte «concettuale» (ma qui ne troviamo ancora molti esempi famosi da Art Language a Weiner, da Opalka a «Inwin»), oggi in molti dei giovani più promettenti appare questa ansia «contenutistica» e dunque narrativa. F penso agli esempi della sezione araba (diretta da Catherine David), penso a molti dei sudamericani e degli estremorientali, ai giganteschi pupazzi coreani, a iniziare da quella che lo stesso Bonami considera la migliore documentazione di un'idea-racconto : il gruppo dei due budda bronzei che pregano rivolti a una spilla di sicurezza, opera di David Hammons, «Praying to safety». Se poi vogliamo dare uno sguardo affrettato agli oltre trecento artisti qui presenti, almeno qualche nome va ricordato. Eccone alcuni, ad esempio, nella sezione «Ritardi e rivoluzioni» direttamente curata da Bonami, insieme a Daniel Birnbaum: quello di Berlynde De Bruyckerl che presenta un inquietante «cavallo» costruito con poliuretano e pelli di cavallo oppure i poco convincenti bassorilievi in poliuretano di Gabellone, le «pitture» tecnicamente indovinate ma figurativamente ambigue del polacco Piotr Jonas; mentre del tutto kitsch appaiono quelle di Glen Brown. Quanto a Damien Hirst anche troppo citato meglio le pillole dipinte, potrei dire, che i vitelli squartati; e ancora: una interessante costruzione architettonica di Gabrie1 Orozco e una gustosa sagoma in alluminio e plastica «La monta perfetta» di Jennifer Pastor. Ma anche nelle altre sezioni non mancano esempi positivi; ad esempio, in quella pure diretta da Bonami «Clandestini», un buon lavoro «pittorico» di Jorge Queiroz, un'interessante costruzione di Florian Pumboesl; i consueti «relitti» dei media di Colin Drake, una sagoma «in cartone» e grandi tele «dipinte» di Enrico David; e non possiamo dimenticare la sempre vivace e indomita Carolrama premiata con il Leone d'Oro alla carriera e l'altro, giustamente premiato, Michelangelo Pistoletto che si sono sempre distinti per il loro anticonformismo e la loro audacia inventiva. Purtroppo non posso dirmi del tutto soddisfatto per quanto troviamo esposto nel nuovo padiglioncino dedicato questa volta all'Italia, diretto da Massimiliano Gioni, «La zona»; i giocattoloni per bambino pantagruelico di Tuttofuoco e i ritratti frigidi e iperrealisti di Alessandra Ariatti insieme al video e all'installazione di Anna de Manincor, Diego Perrone, Micol Assael, non mi sembrano tali da dare un'idea sufficiente dell'attuale stagione italiana. Il fatto che in altre sezioni siano presenti Luisa Lambri, Gabellone, Donati, Pivi e altri effettivamente non soddisfa la presunzione in questo caso lecita dei nostri connazionali.
1462003 - La Biennale inquieta e un'Italia assente
La 50 Biennale, diretta da Francesco Bonami, presenta una vasta scelta di pittori delle generazioni passate nella sezione Sogni e conflitti. Il direttore ha voluto affermare che l'arte non è solo dei media e delle installazioni, ma anche della pittura. La sezione La stazione Utopia, curata da Hans Obrist, Molly Nesbit e Rirkrit Tiravanija, è una delle più affascinanti, con artisti come Agnès Varda e Lawrence Weiner. La Biennale presenta anche una componente narrativa, come ad esempio la sezione araba e quella sudamericana. Alcuni artisti, come David Hammons, presentano opere che raccontano storie e idee. Altri, come Glen Brown, sembrano essere più interessati al kitsch.
Artista / Persona
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