Tutelare e valorizzare il patrimonio artistico ed architettonico del ventennio fascista, evitando forme più o meno esplicite di damnatio memoriae. Detto cosi, si può senz'altro essere d'accordo, posto che l'atto, tutto ideologico e censorio, di rimuovere la memoria è sempre sbagliato, prima di tutto perché stupido. Vorremmo, però, capire chi, fino ad ora, secondo coloro che hanno lanciato l'allarme, avrebbe operato tale atto di rimozione nei confronti delle architetture e delle opere d'arte del fascismo: ci pare infatti che, tranne il periodo dell'immediato dopoguerra, durante il quale non si è operata tanto una damnatio memoriae, quanto, piuttosto, una più che doverosa e condivisibile iniziativa di rimozione di simboli del regime (fasci littori, statue del capo, motti lapidari e cosi via) che pervadevano ogni opera pubblica, ben presto, proprio grazie alla critica ed alla cultura antifascista, sia partita un'opera di studio ed analisi critica delle architetture e delle opere d'arte del regime dittatoriale. Ci sembra, insomma, che coloro i quali, oggi, denunciano una presunta opera di rimozione si agitino inutilmente, dato che in realtà sono innumerevoli, negli ultimi decenni, gli studi, le pubblicazioni, le analisi critiche delle opere di architettura ed arte del ventennio, sulle quali il dibattito è stato ed è vivace, alimentato, ripetiamo, prevalentemente da studiosi di aree culturali antifasciste. DA TALE dibattito è fra l'altro emerso con chiarezza che non è possibile stabilire una cifra stilistica univoca dell'architettura fascista, dato che il regime, nella sua ossessione di controllo della cultura e di creazione di un consenso plebiscitario fra gli intellettuali, oscillò continuamente fra modernità e tradizione, fra"avan-guardie" razionaliste, funzionaliste, futuriste e "retroguardie" accademiche ed eclettiche. Cosa, ad esempio, sia più espressivo dello "stile fascista" fra la "Casa delle armi" di Moretti ed il "Foro italico" di Del Debbio a Roma è difficile, se non impossibile dire. Dai larghissimi studi condotti sul ventennio (altro che damnatìo memoriae), è, peraltro, emersa con chiarezza la scelta di quegli anni in favore d'una larga politica di opere pubbliche per favorire il controllo politico sociale e costruire il consenso. Ciò ha prodotto innumerevoli architetture, ovviamente di pregio intrinseco assai vario, che certamente oggi vanno comunque tutelate e valorizzate come testimonianza d'un periodo e come patrimonio delle comunità. Questa probi e m a ti e a , però, non coinvolge solo le opere del ventennio, ma, come ben sappiamo, tutto il patrimonio dell'ottocento e del novecento, per il quale le forze culturali più avanzate invocano, da anni, la necessità di costruire una politica di sistematica tutela e valorizzazione. Se le cose stanno così, davvero non si comprende il senso dell'allarme lanciato, circoscritto alle architetture ed opere d'arte del ventennio. Sorge il dubbio che il motivo vero sia quello di "rivedere" il giudizio critico sul fascismo tout court, secondo una linea politico culturale - di "revisionismo", appunto - che ha trovato, nell'epoca del governo berlusconiano, un potente sviluppo e che sembra perdurare, in alcuni rivoli, anche oggi, nonostante il cavaliere sia stato mandato all'opposizione. A questa tendenza c'è un solo modo per rispondere: intensificare e qualificare sempre più a livello scientifico lo studio e la valutazione critica globale, sottolineando che non può trattarsi solo di confrontare giudizi estetico formali su quelle opere. Nel caso di Bari, per esempio, il punto non è solo giudicare la bellezza o meno del "lungomare monumentale", ma, anche ed insieme, capire quale tipo di città il fascismo ha voluto creare realizzando quel lungomare. Se si imposta in tal modo la riflessione, emerge il grave danno che il fascismo ha inferto a Bari, indirizzando la sua crescita, in modo squilibrato, verso il settore terziario burocratico e militare e mortificando il settore produttivo secondario. Belle o brutte che siano, allora, le torri e le palazzate monumentali di affaccio alla linea d'acqua dei "lungomari di ponente e di levante" vanno lette come il paradigma dell'inaccettabile idea di una Bari con fisionomia corrusca ed aggressiva, che "gonfia i muscoli" rivolta all'Adriatico con pretese di dominio. Perché dietro quelle magniloquenti architetture del resto, rimasero nascosti ed irrisolti i tessuti urbani congestionati e degradati dei quartieri Libertà, Madonnella, San Cataldo, senza alcun rapporto funzionale e di scala con le nuove poderose masse edilizie volute dal regime e senza l'avvio di alcuna politica urbanistica di riordino e crescita.
Il bello del lungomare e le colpe del fascismo
L'articolo discute la tutela e il valorizzazione del patrimonio artistico e architettonico del ventennio fascista. Si sostiene che l'atto di rimozione della memoria del fascismo è sbagliato, poiché è stupido e danneggia il patrimonio culturale. L'articolo afferma che la critica e la cultura antifascista hanno portato a un'opera di studio e analisi critica delle opere d'arte e architetture del regime, e che non è possibile stabilire una cifra stilistica univoca dell'architettura fascista. Il regime ha oscillato tra modernità e tradizione, e le opere d'arte e architetture del fascismo sono state create per favorire il controllo politico e costruire il consenso.
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