Ecco il punto di vista di un rappresentante dell'Associazione Culturale Rialtoccupato di Roma sulla decisione della giunta capitolina di realizzare ad ottobre la Festa del Cinema. Ricordiamo che finora abbiamo pubblicato un articolo di Angela Azzaro, una risposta di Pietro Polena e un parere di Rafael Roberto Galve del Grauco film ricerca. Il dibattito aperto da Angela Azzaro circa "l'imitation gap" che il Comune di Roma tenta sul festival cinematografico di Venezia ci sembra assai pertinente e quindi interveniamo, a partire dal "modello Roma", che pare rappresentare l'esempio più avanzato dell'estetica del buon governo locale dove, non il merito delle cose, ma la sua rappresentazione mediatica diventa elemento determinante per scelte, considerazioni e quindi consenso. Questo a maggior ragione da quando si è aperta la stagione dell'elezione diretta di sindaci, governatori e quant'altro, comportando giunte sempre meno politiche e più "staff del comandante in capo" e consigli degli eletti assuefatti alle scelte degli esecutivi. Una situazione imbarazzante amplificata oltremodo dalle numerose liste civiche che hanno dato vita, con una alchemia molto fantasiosa, ad un movimento nazionale basato su una linea politica chiara: il nulla oltre il marketing territoriale. Uno scardinamento della politica dove le federazioni dei partiti sottostanno allo strapotere di chi gestisce l'amministrazione pubblica. In questo quadro è la qualità del rapporto sindaco-mass media a determinare lo sviluppo delle cose, che passa prima dall'enunciazione di progetti dalle pagine dei giornali (a Roma assai più interessati all'urbanistica che alla cultura, visto gli editori), poi dalla ricerca delle procedure amministrative e solo infine dal consiglio per la ratifica. Un percorso inverso a quello che vorrebbe la democrazia e quindi, una gestione della città spesso interna solo ad alcune stanze del palazzo, che diventa elemento di rafforzamento, lancio o decadenza dell'estetica politica del primo, ma non unico, cittadino. E infatti, Veltroni, enorme comunicatore, è stato riconfermato sindaco a furor di popolo e nessuno di noi avrebbe scommesso sul contrario. Ora dobbiamo domandarci anche: cosa lascerà alla città? Innanzitutto forse la cosa più riuscita: la notte bianca con le sue decine di manifestazioni tutto in "one night", un grande rito collettivo che sembra più un annuale addio al celibato che una vetrina della vivacità culturale di Roma, dato che il resto dell'anno vige il "coprifuoco" e la tutela a oltranza del "residente". Poi i grandi eventi fin sotto il Colosseo, dove la possibilità di fruire gratuitamente di spettacoli memorabili fa perdere la percezione di quali risorse pubbliche vengano utilizzate e soprattutto a scapito di cosa. Ed ancora la nascita delle case del jazz, del teatro, del cinema, cosa abbastanza anacronistica visto che le attività artistiche, invadendo e ibridandosi con la vita quotidiana, hanno determinato già da tempo una profonda crisi dei luoghi culturali tradizionali, incapaci di far fronte alle esigenze di un nuovo "pubblico" complesso e non racchiudibile in categorie separate. Allora forse tutto questo sembra più una resistenza al "nuovo" e una metodologia di gestione del potere, dove, da una parte si determinano i luoghi della cultura ufficiale sempre più monotematici e da attraversare necessariamente per esistere, e dall'altra si crea, tramite una sapiente gestione dei consigli d'amministrazione, una catena di comando dell'amministrazione locale che, afflitta da una sorta di mito di Crono che divora i propri figli per paura di essere detronizzato, riproduce un fare imballato dal proprio assetto burocratico tutto a difesa di una distorta idea di conservazione. Interna a questa logica nascerà anche la festa del cinema. Ma tutto il resto? Le produzioni contemporanee, lo sviluppo di strutture dinamiche e di circuiti culturali agili ed autonomi, la sperimentazione del fare, le tante creatività diffuse e inespresse? La cultura indipendente si autodetermina e va dove può, ovvero negli spazi gestiti autonomamente e spesso in conflitto con l'Amministrazione per vicende di orari, permessi, tecnico sanitaria, asl, etc, ma sempre pieni di popolo. Un mondo di precarietà, fatica e invettiva ma dinamico, vivo e presente perché determinato dalla esigenza di un confronto quotidiano conia realtà. L'amministrazione miope lo tratta in maniera residuale delegandolo alle politiche giovanili o a bandi e qualche contributo. Niente politiche strutturali, niente idee lungimiranti e programmatiche, tutt'alpiù soluzioni dettate dalla contingenza del problema immediato da risolvere, come accaduto recentemente per l'Angelo Mai". Ame pare che se si vuole ricondurre la cultura fuori da una logica localistica debba tornare in campo la politica, quella fatta dai partiti e non dagli amministratori, che sappia porsi il tema di come trasmettere e comunicare in maniera contemporanea le proprie idee, guardando meno al proprio ombelico e più ai tenitori. Magari partendo con un gesto simbolico ma neanche troppo: sostituire le politiche giovanili con la lotta alla precarietà nel variegato mondo della cultura e con politiche per un ricambio generazionale.
Roma, lo strapotere dei grandi eventi
La Festa del Cinema di Roma è stata decisa dalla giunta capitolina per ottobre. Un rappresentante dell'Associazione Culturale Rialtoccupato di Roma esprime preoccupazioni sulla decisione, sostenendo che la cultura indipendente e le produzioni contemporanee sono spesso trattate in maniera residuale e delegata alle politiche giovanili o a bandi. La cultura indipendente si autodetermina e si trova spesso in conflitto con l'amministrazione per questioni di orari, permessi e tecnica sanitaria. Il rappresentante sostiene che la politica dovrebbe tornare in campo per trasmettere e comunicare le proprie idee in maniera contemporanea, guardando meno al proprio ombelico e più ai tenitori.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo