05-AGO-2006, Libero II governo ride in piazza Santa Croce, a Firenze. Nel frattempo, a cento metri di distanza, la cultura piange. La sfilata dei politici al cospetto di Roberto Benigni fa una certa impressione. Nel corso delle letture dantesche, abbiamo visto il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli e il presidente del Consiglio Romano Prodi spanciarsi per le battute col silenziatore del comico toscano. C'è da scommettere che in questi giorni altri seguiranno l'esempio. È sempre imbarazzante vedere un potente che scende in strada per raccogliere l'applauso del pubblico e l'ossequio (mascherato da innocuo sberleffo) dell'artista di turno. In questo caso, il disagio è reso ancora più disarmante da una singolare coincidenza. Rutelli, dopo aver assistito alla lettura del terzo canto dell'Inferno, ha commentato: «Benigni è una personalità unica che riconcilia l'Italia con la sua identità più profonda». Addirittura. Disattese le promesse elettorali. E dire che proprio lì, a meno di cento metri dal palco dell'attore, c'è il vero santuario della cultura italiana: la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. L'istituzione, importantissima, rischia di essere travolta dai nuovi tagli alla cultura previsti dalla manovra estiva, come riportato pochi giorni fa da Libero. La sforbiciata è pari a sei milioni e mezzo di euro. Il che significa che musei e biblioteche potrebbero essere costretti a ridurre servizi e orari d'apertura. Al momento non c'è certezza sul budget a disposizione per l'anno prossimo. E quindi non è possibile mettere in cantiere progetti. Non che i governi precedenti (di qualsiasi colore) avessero dimostrato una sensibilità maggiore. In realtà i sacrifici previsti dal decreto Bersani si inseriscono in una lunga e disonorevole tradizione. Va però detto che in campagna elettorale l'Unione aveva promesso con molta chiarezza di rilanciare gli investimenti in questo settore. Per porre rimedio, diceva Prodi, ai danni provocati dal centrodestra rozzo e ignorante. E invece... Non c'è comunque da stupirsi. Le biblioteche non garantiscono un facile e immediato ritorno d'immagine. E quindi, agli occhi dei politici, non contano nulla. Sono una Cenerentola. Inoltre non si trovano legioni di intellettuali "impegnati" disposti a manifestare contro la soppressione di un archivio. Non fa notizia, non eccita gli animi, non è una battaglia ideologica. Perché esporsi? È una perdita di tempo. Peccato. L'Italia infatti dispone di un patrimonio librario e manoscritto senza eguali. Ma non sembra intenzionata a conservarlo come si dovrebbe. Facciamo due passi all'interno della Nazionale di Firenze. Salito lo scalone, sulla sinistra, c'è la Sala manoscritti. È quasi impossibile condurre una ricerca di prima mano sui secoli d'oro della nostra letteratura (Medioevo e Rinascimento) senza passare da qui. Dante, Petrarca, Machiavelli. Non sapremmo quasi nulla di loro senza i manoscritti e le edizioni antiche della Nazionale, e di altre biblioteche che si trovano nella stessa condizione. Seduti attorno ai grossi tavoli di legno, ogni giorno ci sono studiosi provenienti da tutto il mondo. Molti, quando arrivano, trasecolano. Non riescono a credere che non esista ancora un catalogo moderno e completo dei fondi manoscritti, preziosi anche dal punto di vista economico. Ci si arrangia come si può, aiutati dalla competenza dei bibliotecari. Bisogna spulciare descrizioni parziali, compilate in anni diversi con criteri diversi. Alcune scritte a mano. Altre a stampa. Quasi tutte sommarie. Un casino totale. E nella confusione, magari, qualcosa si perde: come si può custodire ciò che si ignora di possedere? Del resto, i bibliotecari vorrebbero mettere ime a questo strazio. Ma non possono. La costante riduzione di personale li obbliga a occuparsi di tutt'altro: scartoffie e grane burocratìche, soprattutto. Gli altri Paesi europei hanno provveduto da tempo a colmare questa lacuna. Noi neanche ci pensiamo. In passato si è fatto qualche tentativo, mai arrivato in porto. Oggi c'è il progetto Manus, la descrizione on line dei manoscritti italiani. Ma è in fase di avvio. C'è il catalogo on line delle antiche edizioni a stampa, a cura dell'Istituto per il catalogo centrale unico (Iccu). È molto utile ma insufficiente. Ci sono altre iniziative private o regionali. Sono ottime ma non bastano. (La Regione Lombardia in tal senso è virtuosa: è di giovedì la notizia dell'erogazione di 570 mila euro per biblioteche e archivi). C'è di peggio. Talvolta l'università riceve un finanziamento dal ministero. I giovani "borsisti" iniziano a catalogare. Una fatica immane spesso malpagata. Quando si è a un passo dall'arrivo, un funzionario chiude il rubinetto e tanti saluti. Lavoro e denaro sprecato. Porre rimedio a questa situazione non sarebbe costosissimo. Però si preferisce investire in film fallimentari e festival assurdi. Il ministro Rutelli pare intenzionato a salvare il salvabile e limitare i danni del decreto Bersani. Vedremo. Per il momento eccola qui «l'identità più profonda» dell'Italia, affidata a Roberto Benigni. Un Paese senza memoria. Con una classe politica sempre disposta a farsi una bella risata.