È stata una giornata sull'ottovolante, ieri, per Antonio Paolucci e Cristina Acidini. Che, grazie al ministero dei Beni culturali, sono scesi e saliti dalle sedie dei rispettivi incarichi nell'arco di poche ore. Il primo è direttore regionale dei Beni culturali in Toscana nonché era, da una ventina d'anni e fino a ieri mattina, soprintendente del Polo museale fiorentino, una «macchina» gestionale e culturale che deve autonomamente amministrare musei come l'Accademia (dov'è il David di Michelangelo), il Bargello, Palazzo Pitti, mettiamoci pure gli Uffizi, va'. Cristina Acidini è soprintendente dell'Opificio di pietre dure (istituto d'eccellenza nel restauro), da ieri doveva sostituire Paolucci al Polo museale, su indicazione dello stesso che le affidava l'incarico «ad interim» (cioè in attesa di nomina permanente e con tutti i crismi del ministero), conservando per il momento l'Opificio. Orbene: Paolucci il 1 ottobre va in pensione per raggiunti limiti di età, è uno dei nomi forti di chi ha seguito e gestito il patrimonio artistico italiano e non solo toscano (ad esempio nel '97 provvide lui a seguire il il recupero della Basilica di Assisi terremotata), è studioso al quale vengono riconosciute capacità manageriali notevoli, si è trovato più volte anche in mezzo a polemiche. Il 29 settembre compie 67 anni, fino al 30 è sia direttore regionale sia soprintendente. A interim, un incarico che dura due anni e come aveva voluto l'ex ministro Urbani può essere doppio (anzi multiplo, fino a un mesetto fa Paolucci timonava anche gli Uffizi). Il 2 agosto gli scadeva l'incarico da soprintendente e lo aveva passato a Cristina Acidini. Ma Paolucci ritiene un pasticcio il lasciare i due posti di comando in tempi diversi: «Fatto così era un trauma. Per me, per la città». La considera «una stoltezza delle direzioni romane», un pasticcio burocratico del ministero. E mentre il presidente del consiglio regionale toscano Silvano Nencini si appellava al ministro Rutelli per lasciarlo alla guida dei beni culturali regionali oltre la scadenza futura - appello che cadrà nel vuoto perché il ministero scrive che l'incarico potrà averlo «fino al pensionamento » - lo studioso si è fatto sentire e il ministro Rutelli, avvertito, ha riparato la frittata burocratica. Così Paolucci è tornato in sella al polo museale, fino al 30 settembre, mentre Cristina Acidini deve aspettare. Dove sarebbe arrivata forte già del conoscere la città e di una precedente esperienza: nel '95 e '96 fu lei a reggere i musei fiorentini (e allora anche il patrimonio artistico del territorio circostante) quando Paolucci era ministro per i Beni culturali. Era la candidata naturale al quel posto: rinviata, salvo sorprese, fino al 30 settembre. Un discreto tourbillon che non investe solo la Toscana. Anzi, tra interim vari e futuri pensionamenti, da oggi parecchi soprintendenti si troveranno con doppi e tripli incarichi da mal di testa. Un controsenso perché sono posti che richiedono tempo pieno, non part time. Come ai Beni architettonici e ambientali di Firenze, dove ora va Giovanni Bulian, che ha anche l'omologo istituto per Siena e Grosseto, Ferrari Sabina che ha monumenti e paesaggi di Bologna e nonché Verona, Giuseppe Andreassi, che ha la soprintendenza archeologica abruzzese e quella pugliese, Giuliano De Marinis, all'archeologia delle Marche e del Veneto... Naturalmente non può essere, è bell'ingorgo che andrà sbrogliato. Per la Uil, la causa è la precedente gestione ma Rutelli poteva sbrogliarla e non l'ha fatto.
FIRENZE - Paolucci va via dal Polo museale. Anzi resta
Ieri, Antonio Paolucci e Cristina Acidini sono scesi e saliti dalle sedie dei rispettivi incarichi nell'arco di poche ore. Paolucci, direttore regionale dei Beni culturali in Toscana, era in pensione per raggiunti limiti di età, mentre Acidini, soprintendente dell'Opificio di pietre dure, era stata nominata al Polo museale fiorentino. Tuttavia, Paolucci ha deciso di tornare al Polo museale fino al 30 settembre, mentre Acidini deve aspettare. Questo cambio di incarico è stato descritto come un "pasticcio burocratico" dallo stesso Paolucci, che ritiene che la direzione romana abbia commesso un errore.
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