Nel VII secolo a.C. il nobile Demarato in fuga da Corinto in Grecia per un cambio di regime (succedeva anche allora) giunge sulle coste dell'Italia tirrenica per stabilirsi a Tarquinia. Con lui viaggia un team di artisti e artigiani cui la tradizione fa risalire la nascita delle arti in Italia. Ma da tempo si era andata costituendo quella mole di oggetti, edifici, monumenti e contesti archeologici in continua crescita, che millenni dopo, ma ormai vent'anni fa, un ministro della Repubblica avrebbe racchiuso nella infelice definizione di «giacimenti culturali». Si sente affermare da sempre che i beni culturali sono fra gli elementi di attrattiva del nostro Paese, che sono asset tipicamente italiani. Ma a fronte di un dato ripetuto di continuo, secondo cui l'Italia possiede il 60 o il 70 o l'80 del patrimonio culturale dell'umanità (ma chi l'ha calcolato? e come?), resta un dato ormai certo: risorse di inestimabile valore sono, di fatto, neglette. Il paradosso è che tutti lo riconoscono e lo proclamano: i beni culturali sono una risorsa anche economica. Tutti ne parlano, ma nulla succede. Così un settore ricco e diversificato come questo, con esigenze finanziarie naturalmente in espansione, è costretto a vivacchiare in condizioni prossime alla sussistenza. Risulta quindi difficile credere che la cultura sia davvero un bene, non solo per la crescita civile del Paese ma anche per le sue ricadute economiche. Non lo crede innanzitutto la Pubblica amministrazione, che ai beni culturali destina a mala pena i fondi del Lotto (ma solo le estrazioni infrasettimanali) e taglia i fondi per la ricerca. Non lo credono le università nella loro veste di enti di formazione, che arricchiscono l'offerta formativa accendendo corsi di laurea in gestione, conservazione, tutela dei beni culturali, ma preoccupandosi di pubblicizzarli come corsi per persone «flessibili» che cioè, una volta fuori, possono «fare qualsiasi altro lavoro". Non lo credono, di nuovo, le università anche nella loro veste di istituti di ricerca, quando, invece di favorire la creazione di vere professionalità, consolidano il concetto che una ricerca svolta per passione deve necessariamente svolgersi a titolo gratuito, cioè qualcosa di simile al volontariato della sofferenza. Non lo credono, infine e a maggior ragione, nemmeno i cosiddetti utenti (una parola che chi ha a che fare con la cultura dovrebbe dimenticare), ai quali la cultura piace molto, anzi moltissimo,finché non costa. Meccanismi come questi sottraggono i beni cultuali alla categoria delle risorse e anche a quella del lavoro, per confinarle in un mondo a parte, in una specie di limbo privo di un organico rapporto con gli altri settori economici e produttivi. Che qualcuno abbia pietà dell'eredità di Demarato.
La scomoda eredità di Demarato
Nel VII secolo a.C. un nobile greco, Demarato, si stabilisce a Tarquinia in Italia con un gruppo di artisti e artigiani. Questo evento segna l'inizio di una lunga tradizione di arte e cultura in Italia. Tuttavia, i beni culturali italiani sono spesso negletti e non ricevono le risorse necessarie per essere valorizzati. La cultura è considerata un bene economico, ma non è trattata come tale. La Pubblica amministrazione, le università e gli utenti spesso non considerano la cultura come un settore economico importante e non investono abbastanza in la sua valorizzazione. Questo porta a una situazione in cui i beni culturali sono confinati in un mondo a parte, senza un rapporto con gli altri settori economici e produttivi.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo