«Voglio portare Pablo alla Sorbona. A novembre il confronto tra il suo erotismo e quello di Courbet» PARIGI PORTERÒ Picasso alla Sorbonne». Anne Baldassari, da alcuni mesi alla guida del Museo dedicato all'artista spagnolo, dopo i diciotto anni di regno di Jean Clair, ha intenzioni battagliere. «Vogliamo creare un corso su Picasso e il ventesimo secolo perché è stato una guida straordinaria e un testimone del suo tempo». Continua la Baldassari: «Inviteremo professori da tutto il mondo». Fra questi in cattedra salirà anche lei? «Certo», risponde senza esitare: e va avanti come un fiume in piena. «Abbiamo anche un progetto con strutture americane ed europee per rendere più vivace la ricerca su di lui. Ci sono musei come il MoMA e il Metropolitan con obiettivi comuni. Con Anna Martinez, la direttrice del Reina Sofia di Madrid abbiamo intenzione di creare un sistema di borse di studio e dottorati. Il tutto deve essere a livelli eccellenti». Al museo del Marais Anne Baldassari, corsa, laureata alla Sorbonne, era approdata nel 1992, dopo cinque anni al Centro Pompidou. Da allora in poi si era tuffata negli archivi. Aveva scavato, portato alla luce documenti, appunti, ritagli, foto, scarabocchi, per poi cominciare a fare collegamenti in quell'orgia di materiale. Il mondo, le passioni, le avventure del pittore andaluso erano diventati suoi. In maniera febbrile, ne ripercorreva i passi, contattava eredi, figli, nipoti, amici, amanti. Voleva a tutti i costi portare alla luce lati inesplorati di quel carattere geniale e tempestoso o vicende che potessero fare luce sulla sua vita, «trattata fino ad oggi in maniera banale, cronologica», osserva con tono polemico la nuova direttrice. Nei quindici anni di lavoro al museo la Baldassarri ha scritto centinaia di articoli e pubblicato venti libri. L'ultimo è dedicato a Picasso e Dora Maar. La fotografa passionaria, amica dei surrealisti, immortalata da Man Ray, una mattina di novembre del 1935, capelli bruni tirati da ragazza per bene, occhi verdi e guanti neri ricamati a piccoli fiori rosa, era entrata con Paul Eluard ai Deux Magots, su Boulevard St Germain. A un tavolo era seduto Picasso. Eluard li presentò e da quel momento i due non si lasciarono per dieci anni. La Baldassari aveva cercato di avvicinare la Maar nell'ultimo periodo di vita, ma lei faceva resistenza. «Ci parlavamo solo per telefono perché aveva la sindrome Greta Garbo. Anche lei era stata bella e da vecchia non si faceva vedere da nessuno. Quando le dissi che volevo dedicare un omaggio ai dieci anni della loro storia insieme, si stupì. "Picasso - mi rispose - era stato per me solo un episodio"». L a Baldassari, in realtà aveva anche un secondo fine. Voleva convincere Dora Maar a vendere al museo molte delle opere in suo possesso. «Non siate impazienti - si sentì dire - avrete tutto quando sarà il momento». Il momento arrivò il 16 luglio 1997. Aveva novantanni. Il museo Picasso acquistò subito 400 foto dagli eredi, lontani nipoti di quinto grado, e quest'anno, insieme al Centro Pompidou, ha comprato altri mille e ottocento negativi con Picasso come soggetto. «Fra questi ci sono anche i primissimi scatti, mai stampati prima, dove l'artista posa per lei nello studio al 29 di me d'Astorg». Il risultato di tanti anni di ricerca e raccolta di materiale è la mostra Picasso e Dora Maar, 1935-1945 che ha esordito a maggio a Parigi e ora è a Melbourne, in Australia. Quali progetti ha per il museo? «È aperto dal 1985. L'edificio storico va restaurato e bisogna ampliare la costruzione. Abbiamo la stessa affluenza del Grand Palais: una media di 5 mila visitatori al giorno, sproporzionata alle nostre dimensioni. Si immagini che ogni anno abbiamo 2 mila e cinquecento gruppi di studenti da tutto il mondo e non c'è una sala dove accoglierli. Nel 2008 chiuderemo per potere creare anche uno spazio pedagogico». Come vede il futuro del museo? «Voglio che diventi un museo-pilota perché l'arte moderna e Picasso sono tutt'uno. Le sue forme, i colori, l'energia che emana da orni tela hanno anche un effetto terapeutico. Sono capaci di raggiungere e stimolare cervelli addormentati di persone che non hanno l'uso della parola. Per esempio abbiamo guide speciali per visitatori con l'Alzheimer ed altre per ragazzi disabili. Il tutto è gratuito, ma abbiamo bisogno di qualche mecenate che ci aiuti a finanziarle». Ha in mente un programma? «Finora si faceva una mostra importante all'anno, più un'altra piccola. Vorrei passare a tre, tutte di rilievo, ma ho bisogno di almeno un milione di euro di finanziamenti. Sto organizzando una fondazione del museo con base a Parigi e uffici a New York per trovare sponsor e lavorare su un programma a lunga scadenza. Non si può seguire progetto per progetto. Ci vuole una prospettiva». Quali sono i prossimi appuntamenti? «Ora stiamo mostrando a] pubblico le 120 opere della collezione Bergruen, da novembre a gennaio ci sarà Venus Erotica, dal titolo di un testo di Don DeLillo. Sarà un confronto di disegni erotici da Rodin a Picasso. Il museo d'Orsay ci presterà per l'occasione L'origine del mondo di Courbet, il quadro erotico della più famoso della storia dell'arte. Poi per l'anniversario delle Demoiselles d'Avignon inauguriamo Picasso Cubista. Voglio dimostrare con questa mostra che non ha mai smesso di esserlo. Prima di chiudere per i restauri nel 2008 ci sarà II Capolavoro Sconosciuto, una carrellata da Turner fino a de Kooning. Durante il periodo di chiusura organizzeremo al Gran Palais Picasso e i maestri da El Greco a Cezanne in collaborazione con il Louvre e con il Prado. Riaprirò il museo nel 2009 con Picasso e i Contemporanei. Voglio rilanciare la ricerca intorno all'opera di Picasso perché ha spostato la pittura dalla riproduzione dell'oggetto alla conoscenza. Non solo è un testimone del suo tempo, ma anche una macchina per vedere, pensare, una calamità per attirare il pubblico e stupirlo continuamente. Basta mettere il suo nome in un titolo e arrivano folle. Ma non basta. Dobbiamo dare dei contenuti».