Lettera di Libero Rossi (Fp-Cgil Mbac) SULLA RIFORMA DEL MBAC PRESENTATA DAL MINISTRO URBANI Alle Segreterie Regionali FP-CGIL Ai Comprensori FP-CGIL Agli eletti RSU Cgil «Presso il sovrano sedevano il primo ministro, i sacerdoti, i principi, i generali, gli scribi e i musicisti: in basso i mercanti: più in basso ancora, chi guadagnava la vita col lavoro delle mani, e sugli ultimi gradini, gli storpi, i monchi, i mendicanti, i malati, gli sventurati, coloro che soffrivano nel corpo e nell'anima le miserie dell'esistenza. Immobili come figure di cera o automi dorati, gli ospiti dell'anno nuovo guardavano verso l'alto, dove la cupola del baldacchino rotava con i suoi astri e le sue costellazioni sopra il capo di Cosroe» (Pietro Citati, La primavera di Cosroe, Milano, 2000, p. 75.) Sulla proposta di riforma del Ministero per i Beni e le attività culturali presentata alle OO.SS. in data 29 maggio u.s. dal Capo di Gabinetto Raffaele Squitieri, la Cgil rileva come questa debba essere letta non solo con le sottolineature poste in premessa all'organigramma sugli ambiti insieme ai limiti posti dalla legge di delega il c.d. a costo zero -, ma anche con le definizioni del Codice normativo dei beni culturali, questo solo allo scopo di verificare la corrispondenza con le finalità della legge 137 del 2002 che appunto ha concesso lo strumento per procedere alla attuale "riforma" del Mbac. In particolare all'art.10 della legge si possono leggere obiettivi quali "adeguamento agli articoli 117 e 118 della Costituzione (..) al miglioramento dell'efficacia degli interventi concernenti i beni e le attività culturali (..) aggiornare gli strumenti di individuazione, conservazione e protezione dei beni" cui aggiungeremmo anche quelli contenuti nella legge 3 del 2003 per le innovazioni della P.A. Ma vediamo più in generale quali nodi si dovevano sciogliere, la gran parte dei quali creati dalla precedente riforma targata Centro sinistra il cui modello ancora si muoveva su ambiti burocratico-funzionali piuttosto che su criteri di esaltazione dei momenti tecnico-funzionali. La scelta operata verso la figura del Segretariato generale invece che quella dipartimentale, sicuramente più flessibile (cfr.ll.5997, 31701), era tesa ad esaltare la separazione della gestione dalla direzione politica (o se vogliamo dall'ingerenza del potere politico) . Ma nello stesso momento veniva affossata la peculiarità del Ministero per i beni e le attività culturali quale Ente eminentemente tecnico preposto alla tutela-conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale. In ciò contraddicendo la stessa impostazione del D.Lgsv.36898 che ha riformato il Mbac, che riconosceva una diversa organizzazione, rispetto ai ministeri "amministrativi", in quanto più peculiare alla preparazione specifica richiesta per la gestione di biblioteche, archivi, soprintendenze, musei ecc. Mentre la creazione delle soprintendenze regionali da noi salutate come elemento di positività - che avevano, almeno sulla carta, i compiti di raccordo fra amministrazione periferica e Segretariato e tra governi locali e soprintendenzebiblioteche di settore tecnico scientifiche hanno mostrato nell'azione la loro inadeguatezza. E questo almeno per tre buoni motivi: a) il ritardo con cui si è proceduto alla loro costituzione alla fine della legislatura insieme all'assenza di risorse; b) la non chiarezza sui compiti e sui rapporti con gli "organismi sott'ordinati" accompagnati dalla scarsa attenzione verso i problemi degli archivi e delle biblioteche; c) il continuo "rumore" rappresentato dalle direzioni generali di settore. Queste ultime, create col 36898, hanno sostituito gli Uffici centrali dei Beni archivistici, librari, paesaggistici e storico-artistici nonché la Direzione generale al personale che, pensati come momenti di studio e consulenza da Giovanni Spadolini, erano diventate vere e proprie strutture burocratiche che mal si configuravano nel funzionigramma andando a creare (quando non organizzare) moltiplicazioni di controlliautorizzazioni ecc.o addirittura bypassando il Segretariato per ritrovare un rapporto diretto con il Ministro e con gli Uffici di diretta Collaborazione. Eppur si parlava di snellimento burocratico! La figura del Segretariato che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto coordinare le Soprintendenze regionali e le Direzioni generali nonché vigilare sull'operato delle stesse e riferirne al Ministro, è venuta meno. E bene ha fatto il Ministro Urbani a sopprimerla. Tuttavia permane la necessità di stabilire il giusto dosaggio di regole giuridiche che garantiscano il funzionamento dell'amministrazione e il raggiungimento degli obiettivi rivolti alla tutela dei Beni culturali in quanto interessi pubblici e come tali garantiti dalla Carta costituzionale ("buon andamento e imparzialità"). Nello schema di nuova organizzazione ci sembra di cogliere un nuovo rapporto fra politica e amministrazione, basato sulla gerarchia piuttosto che sulla direzione, nella definizione degli obiettivi (cfr.legge 42192), deresponsabilizzando de facto la dirigenza. E questo lo possiamo leggere come il portato della legge 14502 ma essendo fuori dalle nostre odierne considerazioni lo tralasciamo. Nel delineare quelle che dovrebbero essere le funzioni del modello organizzativo, troviamo al posto del Segretariato generale 4 Dipartimenti che dovrebbero raggruppare, se non aspetti interdisciplinari, aree omogenee al fine di assicurare "l'esercizio organico e integrato delle funzioni del Ministero" (ex art.5, comma 1, D.Lgv.30099). In questa ottica suddividere le bibliotechearchivi dal Dipartimento del Patrimonio ( scil. Antichità e belle arti, sic!) è almeno opinabile, così come risulta incomprensibile la modifica e scomparsa dei beni demoetnoantropologici (questo costituisce un ritorno indietro rispetto alle definizioni di bene culturale data dalla Commissione Franceschini e si ignora che i beni Dea sono una disciplina autonoma nell'Università e che sono previsti profili, corsi di riqualificazione e, infine, stanno all'interno del Codice ecc.). Sugli altri Dipartimenti, sottolineiamo la novità di quello per l'Organizzazione e l'Innovazione, anche se non comprendiamo l'inserimento al suo interno della Direzione generale per le risorse umane che dovrebbe essere orizzontale, né il silenzioesclusione degli aspetti legati alla sicurezza, piani di rischio e gestione dell'emergenza, formazione, ricerca e informazionecomunicazione (IICC del restauro, OPD, Centro di fotoriproduzione, IICC catalogobibliotechearchivi, Discoteca di Stato-Museo dell'Audiovisivo), infine l'assenza dell'Archeologia subacquea. Cose queste che avrebbero dato maggiore credibilità ad una Figura- Organizzazione che sulla carta appare di ridotto spessore. Né vale la considerazione che alcuni di questi Istituti si ritrovano nell'ambito delle Direzioni generali specifiche: una riforma poteva finalmente determinare che questi aspetti sono comuni a tutti i Beni culturali e che la suddivisione per materiali non regge più (altrimenti perché non fare II.CC.per il tessuto, la pietra, il legno bagnato ecc.?) insieme al vecchio motivo dell'efficaciaefficienza. Non si richiedono ulteriori direzioni quanto servizi di carattere tecnico operativo di interesse nazionale o Istituti superiori. Sul piano periferico, il riconoscimento al Soprintendente regionale della funzione di Direttore generale può consentire di superare le ricordate difficoltà, ma in questa ottica non si comprende l"uscita"dalle competenze di questa figura di Biblioteche, Archivi e Soprintendenze archivistiche. Insomma, continua la pessima impressione di una parcellizzazione attraverso la rivendicazione di una specificità che in termini di governo o di politiche non dovrebbe avere più senso. La politica di nicchia non ha aiutato e non aiuta archivi e biblioteche nella loro crescita di considerazione. In questo rapporto diretto fra Dipartimenti e Direzioni regionali nello schema vengono inserite ben 12 Direzioni generali (cui si aggiunge quella dell'Archivio centrale dello stato) le quali, secondo l'affabile Presidente Squitieri, sono "avvalimenti" dei rispettivi Dipartimenti. Prendendo per buono il termine, perché definirle DD.GG. e non servizi? Perché irrigidire e creare "contropoteri" alle Regionali? Insomma, vista la quantità e, in taluni casi, l'irrisorietà di competenze e personale (vedi Sport, Spettacolo, Darc ecc.), sembrano più ritagliate sulle persone che sulle funzioni. Se il contesto di riferimento è stato quello di individuare le funzioni di "primo livello" cioè le macro funzioni dell'amministrazione caratterizzate per la loro inerenza alle missioni (le policies) che devono perseguire, l'organizzazione del core-business dovrebbe essere accompagnata da maggiore flessibilità nella gestione delle risorse umane, materiali e finanziarie. In quanto non corrispondenti a nessun disegno politico gestionale, non rimane allora che chiedere la loro soppressione. Per quanto riguarda la DG del Patrimonio, perché viene unita al Paesaggio e perché l'Archeologia rimane staccata? Sulla Darc poi non comprendiamo il suo inserimento all'interno del Dipartimento per le antichità al di là della contraddizione semantica, quali elementi spartisce con la gestione del patrimonio storico? Per finire dobbiamo aggiungere altre richieste a quelle già formulate attorno alla "scomparsa" della Discoteca di Stato-Museo dell'audiovisivo, del Centro di fotoriproduzione, Ica, al ruolo degli organismi di alta consulenza e cioè che fine faranno i Poli museali e le Soprintendenze autonome (Roma e Pompei)? E chi "gestirà" i rapporti con le istituende Fondazioni? Fin qui abbiamo cercato di rilevare talune positività insieme alle moltissime ombre e i passi indietro che rischiano di far sprecare un'occasione per invertire una tendenza che vieppiù punta ad esautorare il Mbac nelle sue funzioni fondanti. In questa ottica la riaffermazione di politiche di riaccentramento non vale a bloccare un processo ormai dirompente che parte sì con l'attuazione del Titolo V della Costituzione ma soprattutto da un processo di spoliazione (cfr.la legge sulle infrastrutture) e di privatizzazione. Contrastare tale processo significa ridare slancio all'amministrazione e aprire un confronto serio e costruttivo con le autonomie locali per coordinare gli interventi e cooperare alla gestionevalorizzazione ecc. Infine vale una richiesta: qualunque sia la struttura prescelta, che la riforma entri in vigore ad inizio di anno finanziario in modo da evitare le drammaticità economico-finanziarie riscontrate con la precedente. Roma 9 giugno 2003 Libero Rossi (Fp-Cgil Mbac)
Fonte non specificata
12 Giugno 2003
Documento di Libero Rossi (FP-Cgil MBAC) sulla riforma dell'organizzazione del Ministero dei Beni Culturali
Artista / Persona
Bene culturale
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