ROMA Sulla carta c'è poco da dire. Solo che quello di Venezia 63 è un bel programma degno del più antico festival cinematografico, anzi 'mostra d'arte cinematografica" del mondo. Giusta dose, nel Concorso per il Leone, di pezzi grossi delle gloriose generazioni autoriali degli anni 60 (Resnais), 70 (De Palma) e 80 (Frears) e di stelle emergenti dell'ultimo decennio: Cuaron e Tsai Ming-Liang. Contorno di classe nel "fuori concorso" con le due anime americane di Lynch e di Stone, e le due ciliegine-grandi vecchi: il quasi centenario de Oliveira con il suo omaggio lusitano allo spirito aragonese di Bunuel(ha rifatto "Bella di giorno". Con che occhi lo vedrà la presidentessa della Giuria Catherine Deneuve indimenticabile protagonista dell'originale?), e il nostro spigoloso De Seta che riesce finalmente a presentare "Lettere dal Sahara", conferma di una testarda vocazione sudista attualizzata agli anni Duemila dell'odisseaitalianadiun immigrato senegalese. E, aproposito, naturalmente le nostre attenzioni sono richiamate dalla quota italiana nel suo complesso. Con le presenze in collocazione minore ma molto qualificate (il Tavarelli con il suo ricco e promettente cast e di Vicari che ripercorre la strada percorsa 45 anni fa dal maestro del documentario Ioris Ivens lungo la nostra penisola. Con i due titoli in competizione: il primo, quello di Crialese, è atteso come la verifica di un'opera prima, "Respiro", premessa e promessa di ambiziosi sviluppi. E che Amelio avrebbe presidiato il Lido, con lasualiberainterpretazione dell'anomalo romanzo "La dismissione" di Ermanno Rea che promette un Castellitto da laureare attore dell'anno, si lasciava largamente prevedere. Non foss'altro per il fatto che il direttore sinologo Marco Muller non poteva lasciarsi scappare un'opera ambientata in Cina. Aleggia ovviamente su Venezia il confronto con la romana-veltroniana "Festa del cinema" debuttante poche settimane dopo. Anche facendo un p0' di tara sull'ostentazione rituale di convivenza pacifica che così pacifica non è (per esempio è vero che Virzì, dirottato su Roma, avrebbe invece più gradito Venezia?) lo sdoppiamento assesterà forse una buona divisione di compiti e chiarirà proficuamente un recupero di Venezia alla sua matrice artistica.