Una serena analisi storica porta "a concludere che non fu il fasci smo a stroncare il razionalismo in Italia come fecero il partito bolscevico in Russia e il nazismo in Germania; fu una malattia da cui il fascismo stesso fu attanagliato. Parlo della mentalità e del costume trasformistico". Sono parole rubate alla Storia dell'architettura moderna di Bruno Zevi (Einaudi, 1950), il grande studioso «apertamente schierato politicamente» che, quando doveva tracciare un profilo di sé, anche se solo di poche righe, scriveva «seguace di Carlo Rosselli» e «membro del Partito d'azione». Sono parole che sembrano aver trovato ulteriore conferma in quelle pronunciate ieri a Roma, più di quarant'anni dopo, dal ministro dei Beni e attività culturali (nonché vicepremier) Francesco Rutelli durante la «ricollocazione» della statua del Lanciatore di Giavellotto nello Stadio dei Marmi, distrutta da un fulmine alla fine degli anni Sessanta e ora riproposta «in forma di copia risalente al 1932» ad opera di Aldo Buttini e non come «invenzione contemporanea». Quella che all'apparenza avrebbe dovuto essere soltanto un'occasione «tra arte e architettura», si è invece trasformata in un momento di analisi storico-politica. a detto Rutelli: «Non ci può essere, anche se il giudizio storico è chiaro sul ventennio fascista, una damnatio rnemoriae rispetto alle creazioni d'arte e d'architettura del ventennio». Insomma: «c'è il giudizio che non cambia ed è negativo da parte della storia e del popolo italiano, ma questo non significa che le opere d'arte, d'architettura e d'ingegno che ci sono ri maste debbano essere trascurate. Sono un patrimonio da valorizzare, preservare, far conoscere questo luogo di sport di grande valore storico-architettonico». Eppure, solo qualche giorno fa, il Secolo d'italia aveva ricordato come «nel non lontanissimo 1999, l'allora ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri (anche lei presente ieri ma in veste di ministro per le Attività sportive ndr) aveva lasciato passare nell'indifferenza la proposta di vendita dell'intero complesso del Foro (Fontana della Sfera e obelisco compreso)». Il tutto avrebbe dovuto fruttare mille miliardi di vecchie lire alle casse dello Stato: la vendita fu bloccata dal Tar del Lazio e il caso finì anche sulle pagine del New York Times. Addio, dunque, alle interpretazioni ideologiche dell'arte e dell'architettura fasciste. Riscopriamo nomi come Libera e Piccinato, Quaroni e Del Debbio (suo è il progetto dello Stadio dei marmi), Terragni e Piacentini (bocciato invece da Zevi come esempio lampante di «trasformismo»), Sironi e Carrà, Campigli e Funi. Non dimentichiamoci, ad esempio, che nel concorso per la costruzione della Stazione di Firenze fu lo stesso Mussolini a sostenere la vittoria del progetto più innovativo, quello del Gruppo Toscano guidato da Giovanni Michelucci. E non dimentichiamoci neppure la posizione di Bottai che più volte aveva parlato «dell'ortodossia fascista come argine della libertà dell'artista». «Abbiamo già da tempo cominciato a valorizzare questo periodo della nostra architettura» spiega Pio Baldi, direttore del Dipartimento generale della Darc (la Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee del Ministero) che ricorda tra l'altro il ruolo svolto del Dipartimento guidato da Roberto Cecchi e una bellissima mostra su Atleti dello Stadio dei marmi e Palazzo della Civiltà Romana (con le fotografie di Roberto Schezen) svoltasi nel 2004 e promossa proprio dalla Darc. «E certo un'architettura assai caratterizzata con quelle colonne, quei campanili-torre, quei palazzi di giustizia che tutti abbiamo negli occhi e che fanno ormai parte della nostra storia al pari di Sabaudia, Latina o Carbonia. E non è solo un'architettura bella da vedersi, è anche un'architettura ben fatta, un bell'esempio di buona costruzione». Nessun pericolo di fraintendimenti ideologici?