SELINUNTE, Quella per Selinunte è una passione senza tregua, come lo sono i grandi amori. Ed è stata questa energia, che arriva da ciò che la terra e l'oblio custodiscono in gran segreto, che gli ha spalancato le porte di una prestigiosissima cattedra alla Cotumbia University a New York. Clemente Marconi, metà romano metà trapanese, ha appena compiuto 40 anni. Ma non è solo uno dei più giovani docenti americani {insegna arte e architettura greca, negli Usa) è anche uno dei cervelli in fuga che la nostra isola e il nostro Paese in maniera emorragica continuano a sfornare senza pudore. Laurea in archeologia a Roma, master e dottorando alla Normale di Pisa, tutto ciò che l'ingrata terra siciliana è riuscita ad offrirgli era un posto di catalogatore ad Agrigento. Pochino per un talento dell'archeologia, che ha respirato il fascino della grecità sin dalla culla (sua zia Jole Bovio Marconi è stata direttrice del palermitano Museo Salinas). Prima di gettare la spugna, Clemente Marconi ha provato la strada dei concorsi come ricercatore all'Università e anche alla Soprintendenza di Trapani, sezione archeologia. «Arrivavo sempre secondo», racconta senza polemica. «L'Italia - dice con una punta di amarezza nella voce - è diventata troppo provinciale e autoreferenziale negli ultimi anni. Gli americani tanto sono imperialisti fuori tanto sono liberi dentro. E tra studiosi si collabora senza false deferenze». Gli Usa e l'american dream sono diventati certezza quando Marconi ha presentato la domanda per la cattedra alla Columbia. Finalmente primo. Del resto, Clemente Marconi era già promettente sin dai tempi della tesi, nel lontani anni Ottanta. Studio delle metope dei templi di Selinunte, poi diventata un'importante pubblicazione. Il suo relatore aveva inizialmente arricciato il naso, visto che le famose metope dei templi di Selinunte (oggi esposti al Salinas di Palermo) era argomento affrontato in decine di pubblicazioni. Ma Marconi, una vita passata tra le rovine di uno dei più bei siti archeologici e nel «ventre» del museo palermitano, ricostruì un'altra storia delle metope, quelle «dimenticate» tra le centinaia di reperti che il museo custodisce ignaro. Ne venne fuori uno studio inedito delle altre gigantesche sculture in pietra: centinaia di reperti che raccontarono degli altri fregi che ornavano i templi dell'acropoli e della città fondata sei secoli prima di Cristo. Un amore perla ricerca, una passione per Selinunte che oggi lo ha riportato sull'assolata acropoli insieme a un equipe di giovani archeologi statunitensi che stanno collaborando a questo nuovo progetto. E che si è tradotto in una convenzione tra la Soprintendenza di Trapani, il Museo Salinas, la Columbia University. «Per adesso abbiamo catalogato centinaia di reperti e l'area dove sorgeva il tempio B sull'acropoli - spiega Marconi -. Ad ottobre torneremo per nuovi scavi nella zona per stabilirne la datazione archeologica, cioè l'esatta data della fondazione». Selinunte sarà ricostruita «virtualmente» con sofisticate metodologie e tutto il materialeconfluirà in un sito web. Da New York basterà cliccare un tasto per ritrovarsi immersi nella magia dell' antica colonia greca: immagini interattive attraverso le quali si potrà ammirare l'acropoli, il promontorio, i templi, il mare sullo sfondo con un giro a 360 gradi. Un dialogo a distanza tra la Sicilia e il nuovo mondo. La convenzione consentirà di investire i fondi dell'università statunitense per una nuova campagna di scavi a Selinunte. I riflettori sono puntati sui resti policromidel tempio B, distrutto e al tempo stesso salvato dal crollo dell'imponente tempio C, intorno all'anno mille. La «cappa» creata dalle colonne ha preservato i pigmenti originali e i decori del tempietto, studiato solo dal tedesco Hittorf nel 1823 e 11 anni dopo dal Duca di Serradifalco. Da allora è calato il sipario. «Lo studio del tempio B - racconta il professore Marconi - può raccontarci molti segreti sulla pittura nell'età greca, perché i colori sono giunti a noi ben conservati». Dall'acropoli del parco archeologico ai magazzini polverosi del Museo Salinas. Qui ci sono 500 mila reperti non catalogati, migliaia arrivano da Selinunte. Ed è incredibile immaginare che carenza di fondi e mancanza di personale condannino alla dimenticanza un simile patrimonio. «È il caso di dire che i veri scavi vanno fatti qui nei nostri magazzini», confessa Giusy Favara, da settembre alla direzione del museo archeologico. Un tesoro nascosto non nelle viscere della terra, ma nei sotterranei dell'edificio in piazza Olivella. Intanto la convenzione con la Columbia ha aperto le porte del Salinas: Clemente Marconi passerà qu i rutta 1 ' estate a «rovistare» nei depositi per raccontare un'altra Selinunte. II professore ha già ritrovato i resti di altre due maschere. Resti in pietra dai quali si possono intuire i lunghi capelli ricci di una dea ancora misteriosa, alla quale il professore Marconi cercherà di dare un'identità. E la gigantesca testa di Gorgone, che troneggia nella sala Ettore Gabrici e che adontava il timpano frontale del tempio C, potrebbe presto essere in buona compagnia.