Ormai li chiamano "eventi". Si prende un quadro più o meno famoso, il più possibile formoso in quanto a valore commerciale, un quadro su cui si possa ricamare di fantasia, che possa richiamare le genti a raccolta, che con la sua sola presenza la possa far sentire colta, erudita, educata all'ebbrezza della bellezza. Oggi si fa così, basta un quadro solo, magari con qualche annesso e connesso di scarsa rilevanza, purché sia ben presentato e debitamente infiocchettato, basta un pezzo di grido per galvanizzare i media, lanciare il tam tam e allestire quel furbo turbo spettacolino in grado di far fibrillare il botteghino. - E' in questo modo spiccio che si concepiscono le mostre che fanno notizia, che producono dovizia di schei ai musei e ai loro curatori. E che vedono i visitatori trepidanti mettersi in coda pazientemente, sfilare compunti per poi sentirsi unti dallo Spirito Santo della Gran Pittura. Toccati dall'investitura dell'Arte Imperitura. E' notorio, in certi casi ci si sente nobilitati per il solo fatto di essersi appropinquati all'originale. All'impareggiabile incommensurabile. Viceversa se quegli stessi capolavori non si trovano al centro di queste strategie comunicative remunerative a alto tasso di strumentalizzazione, ma se ne restano tranquilli a casuccia loro, nelle loro sedi naturali (chiese, pinacoteche, gallerie comunali), non se li fila nessuno o quasi. Al massimo sono meta dei soliti aficionadi appassionati e dei turisti super informali, per lo più stranieri. Prendiamo ad esempio Caravaggio. Non c'è dubbio che sia uno degli artisti che al momento tirano di più. Mostre, libri, fiction: è un profluvio di lavori incentrati sulla sua opera e sul personaggio violento e anticonformista che fa tanto adorabile selvaggio. Ogni uscita pubblica di un suo quadro è un avvenimento, un successo annunciato, un incasso assicurato. Un restauro, una nuova attribuzione, sono bastevoli per un'esposizione, come fu per il "Martirio di Sant'Orsola" o la "Cattura di Cristo" che ha ispirato Il Caravaggio perduto di Jonathan Harr. Ma provate a andare a Santa Maria del Popolo, a San Luigi dei Francesi, a Sant'Agostino a Roma. Nelle chiese intendo dire. Qui sono custoditi sei - dico sei - delle sue opere più sensazionali. la "Conversione di San Paolo", la "Crocefissione di San Pietro", la "Vocazione di Matteo", il "Martirio di Matteo", "San Matteo e l'angelo", la "Madonna dei pellegrini". A gratis. Mica ci trovate i pullman posteggiati davanti, mica vi tocca prenotare, mica ci sono le torme che premono, le folle che gemono. Se ne stanno lì rincantucciati nell'ombra, quei gran capolavori, aspettano che qualche anima pia inserisca qualche centesimo nel bussolotto che aziona l'illuminazione a tempo e amen. Lo stesso dicasi per altri due fondamentali fenomenali tele quali il "Narciso" che sta a Palazzo Corsini, e la "Giuditta e Olofeme" di Palazzo Barberini, luoghi ambedue assai poco frequentati dai turnisti delle visite obbligate, diremmo abbastanza disertati dai grand tour, lontani dai riflettori degli imbonitori da fiera. Roma, come qualunque altra città d'arte in Italia offre occasioni uniche di cui pochi godono appieno. E questo dà da pensare. Insomma non è il quadro che di per sé desta stupore e interesse nello spettatore, piuttosto è il can can che gli si cuce addosso che lo rende un osso appetibile e commerciabile (sottoforma di t-shirt, foulard, orologetto, tappetino per il mouse). Non è tanto l'opera che attira le masse, sono le gran casse, lo strepito, lo strombazzo che si fa. E' la pubblicità che la rende un feticcio. La vera preziosità è un'altra cosa. Attiene alla sensibilità, all'indicibile, all'impalpabile. Allo stesso modo dopo Dan Brown, dopo l'orribile Codice Da Vinci, fioriscono libri su libri che cercano di creare un alone di mistero intorno a quadri e artisti del passato, che cercano di trasformare indagini critiche in trame poliziesche, in girandole pseudofilosofiche, in bubbole pazzesche. I cigni di Leonardo di Karen Essex, Il segreto di Monna Lisa di Dolores Garcia, Dossier Michelangelo di Pani Christofe, La cospirazione Da Vinci di Marc Sinclair. Tanto per buttare là due titoli in croce. Uno dice: «Embè, che c'è di male... serve comunque a creare il caso, a fomentare l'interesse per un genere particolare, per la pittura, per la cultura...». A me mi sa che sono tutte cavolate, mi sa che a forza di sfornare storie contorte su Leonardo Da Vinci e compagnia bella si è finito per perdere completamente il senso delle cose e far trionfare il cattivo gusto, il voyeurismo, il dietrismo, il sensazionalismo hollywoodiano. Andate invece a rimirarvi il Bernini immerso nel silenzio immenso della cappella Cornaro e il Caravaggio in quello della cappella Cerasi. Non sottomettetevi al lavaggio del cervello del best seller di giornata.