Mancano sistemi di sicurezza adeguati. Fermate le ricerche alla villa di Agrippa Postumo dopo i raid. Boscoreale, Boscotrecase e Noia depredati. Ecco il prezzario dei trafficanti Nadia Labriola BOSCOREALE. Da un lato la necessità di intensificare i controlli. Dall'altro una carenza cronica di personale. E per questo, dove non c'è la videosorveglianza o quando le ronde notturne sono sporadiche, i tombaroli e i ladri d'arte si fanno avanti. Così, se a Ercolano e a Pompei i raid - che pure hanno fatto tremare gli Scavi negli anni scorsi - sono quasi del tutto spariti, a Boscoreale e Boscotrecase il problema resta in piedi. Nonostante le telecamere. Nonostante i controlli, che tuttavia non sono intensi quanto quelli destinati ai celeberrimi siti che hanno fatto sì che il Bel Paese fosse conosciuto in tutto il mondo. Basta pensare al Villaggio Sommerso di Nola. O all'Antiquarium di Boscoreale. L'esempio più eclatante tuttavia è quello rappresentato dal caso di Boscotrecase: la villa patrizia di Agrippa Postumo, sommersa dalla lave del 1906, è stata successivamente praticamente depredata dai tombaroli. Che continuano a recarsi in questa fetta di territorio - che comincia ad essere "sterile" - dopo essere stati costretti a levare le tende dalla zona costiera. Col tempo l'intensificarsi dei controlli e dei sistemi di sicurezza hanno scongiurato altri raid "importanti", dopo quello avvenuto negli Scavi di Ercolano negli anni '80, in seguito al quale due persone pagarono con il sangue. Segno che allora come oggi i furti sacri rappresentano un autentico business che i clan e le organizzazioni criminali non si lasciano sfuggire. I controlli sono aumentati, dopo che la provincia partenopea è stata teatro di rapine in chiese e conventi, di colpi in luoghi sacri, di "pesca subacquea" che ha fruttato decine e decine di anfore antiche che sono poi state rivendute, di furti di quadri e statue di inestimabile valore. Rapine e furti in un hinterland in precario equilibrio tra rispetto del sacro e profanazione "violenta" di tutti i principi religiosi. Qualche esempio? Basta pensare alla rapina del Tesoro di San Gennaro, o al raid nel convento di suore a Pomigliano d'Arco, o ancora al furto alla casa di riposo di via Purgatorio a Torre del Greco, avvenuta mentre a Cercola si organizzavano i funerali della suora morta dalla paura in seguito alla "visita", all'istituto religioso, di alcuni rapinatori che non sono mai stati individuati. Ogni anno, soprattutto nel Mezzogiorno, scompaiono da scavi, musei, chiese, collezioni private o pubbliche, migliaia di oggetti. Questo traffico si sta consolidando negli ultimi anni soprattutto per gli alti guadagni che consente a fronte dei rischi assai ridotti. E il trend di crescita di colpi ai danni di istituti religiosi o che vedono come vittime parroci e suore stanno spaventosamente aumentando. I filoni investigativi hanno portato alla scoperta di interessi per milioni e milioni di euro. Alla scoperta di "reti informative" perfettamente funzionanti. E alla scoperta dell'esistenza di categorie di "lavoratori" specializzati, come i tombaroli che quasi sempre agiscono anche su committenze legate in qualche modo alla camorra che certo non si lascia sfuggire un mercato così lucroso come quello del ricettazione dell'arte. Un giro d'affari che guarda soprattutto all'estero Stati Uniti e Svizzera in prima linea. Ma che comunque fa scattare l'allarme: è la camorra a gestire questi interessi. E la camorra che commissiona i furti d'arte. E la camorra che organizza, che trama nell'ombra, che trae benefici, che sfrutta e che si arricchisce. Anche in questo modo. La malavita non ha certo vita facile in una zona dove le organizzazioni criminali - ma anche la delinquenza spicciola - controllano ogni genere di traffico illegale. Il braccio è rappresentato dal ladro. Ma la mente è sempre e comunque rappresentato dalle organizzazioni criminali.